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Avvicendamento delle colture

L'avvicendamento delle colture era un sistema di Sfruttamento del suolo che prevedeva la divisione del terreno coltivabile di un villaggio in appezzamenti, composti da parcelle di numerosi proprietari. Siccome i terreni non erano raggiungibili attraverso passaggi esterni, gli ab. del villaggio dovevano cooperare nella loro coltivazione. Ogni campo era interamente destinato a una coltura (o al Maggese); la rotazione permetteva però ai vari appezzamenti di passare a diverse colture nello stesso anno. L'avvicendamento delle colture era diffuso in ampie aree del centro, nord ed est dell'Europa fra l'alto ME e il XIX sec. Nella vecchia Conf. era soprattutto biennale o triennale, quest'ultimo praticato prevalentemente nella fascia cerealicola (il Kornland delle Zone agrarie). A differenza della Rotazione triennale, che veniva praticata sia nella singola azienda sia nelle aree caratterizzate da Insediamenti sparsi, e che prescriveva semplicemente una sequenza di coltivazioni, l'avvicendamento delle colture influiva sui rapporti sociali della signoria e soprattutto del com., imponendo all'intero villaggio ritmi di coltivazione e una ripartizione delle colture secondo regole prestabilite. Tali norme, che facevano parte dei diritti di villaggio (Ordini), regolamentavano ad esempio i periodi di lavorazione e il raccolto, i diritti di passaggio e quelli di pascolo.

L'avvicendamento delle colture triennale
L'avvicendamento delle colture triennale […]

Nella situazione tipo, la superficie agricola del villaggio sottoposta ad avvicendamento triennale era divisa in tre appezzamenti di superficie quasi uguale. Seguendo un ciclo che durava tre anni, l'appezzamento era un anno lavorato in autunno (appezzamento invernale) - dopo una, due o tre arature e, talvolta, un'unica concimazione venivano seminati cereali autunnali (farro, spesso segale nella Svizzera settentrionale e frumento in quella occidentale) - un anno in primavera (appezzamento estivo) - erano seminati cereali primaverili quali avena e, in altura, anche orzo (Cerealicoltura) - ed infine, il terzo anno, veniva lasciato a maggese, dunque incolto e destinato, grazie all'inerbimento naturale, al pascolo del bestiame della comunità.

In realtà, le tre zone avvicendate, secondo una logica di disseminazione e frammentazione fondiaria, potevano anche essere suddivise e comprendere una serie di complessi sparsi di parcelle arate parallelamente. Gli appezzamenti, di norma, prendevano il nome dalla loro posizione geografica (inferiore, superiore, ecc.), dai com. confinanti o dalla parte di territorio in cui erano situati.

Le zone seminate venivano delimitate da una recinzione per impedire agli animali di penetrarvi. Dopo la mietitura, tolto il recinto, il campo era aperto al pascolo del bestiame. Lo sfruttamento per il pascolo di queste zone è indice della stretta relazione funzionale che intercorreva tra i campi soggetti ad avvicendamento e gli altri terreni del villaggio, spec. i Beni comuni e i relativi Boschi. Questi terreni, che offrivano erba, legname e alimenti complementari per l'uomo e per gli animali, erano parte integrante del sistema agrario complessivo. Per quanto limitassero l'estensione dei campi preposti all'avvicendamento, i pascoli e i prati erano decisivi per l'allevamento degli animali da tiro necessari ai lavori agricoli. In linea di principio, per poter avere dei raccolti regolari, ogni contadino, o almeno quelli che possedevano un tiro completo per l'aratro, avrebbe dovuto possedere la stessa superficie di terreno destinato all'avvicendamento; fin da subito, però, si notano delle notevoli differenze fra le suddivisioni.

L'avvicendamento triennale venne fissato e regolato sul piano giur. attraverso la trascrizione degli oneri feudali e delle decime in appositi registri e negli Inventari di beni. Questo complesso sistema sociale ed economico era il risultato di sforzi plurisecolari che miravano all'ottenimento di un'Agricoltura più intensiva; le sue strutture, che presentano importanti analogie in tutta l'Europa centrale, si definirono solo attraverso un processo graduale che giunse a maturazione negli ultimi secoli del ME, e non possono quindi essere datate con precisione. Nella fascia cerealicola sviz. furono così sostituite forme precedenti di lavorazione del suolo, fra cui l'Economia agricola mista e probabilmente anche forme di Debbio.

L'avvicendamento biennale, che prevedeva un'alternanza annuale fra coltura e maggese, era praticato nel tardo ME, ad esempio nella Brisgovia del Baden e, nella prima epoca moderna, in alcune zone di Vaud (La Côte).

L'avvicendamento delle colture si sviluppò nello stesso periodo in cui la Signoria fondiaria passò da un'economia signorile ad un sistema basato sui censi ereditari, e in cui si formò la signoria territoriale. Ma fu anche una conseguenza e una derivazione del conflitto fra il potere signorile e il com., in quanto al primo serviva per garantire a lungo termine decime e censi in misura sufficiente, al secondo per realizzare un'organizzazione collettiva dell'agricoltura. In origine, questo sistema fu forse pensato per assicurare a ogni membro della comunità una superficie sufficiente in ogni zona, diversa per qualità e posizione geografica, del villaggio, garantendo inoltre la necessaria alternanza fra Campicoltura e sfruttamento dei prati o Allevamento e ripartendo la superficie in modo da poter raggiungere un livello di produzione soddisfacente con il solo lavoro della manodopera disponibile.

In linea di massima i campi soggetti ad avvicendamento appartenevano a singoli proprietari, ma erano lavorati e sfruttati in forma collettiva. Quasi sempre essi servivano a coprire il fabbisogno dell'intera comunità di villaggio e solo per periodi limitati un determinato appezzamento era sottratto all'uso collettivo e coltivato - per quanto sempre collettivamente - a vantaggio del privato. I processi di individualizzazione agricola che, dalla prima epoca moderna e fino al XIX sec., comportarono la dissoluzione dei beni comuni, il movimento delle Recinzioni e il riscatto degli oneri feudali, determinarono la progressiva scomparsa dell'avvicendamento: mentre gli usi collettivi passarono in secondo piano, prevalse un'agricoltura orientata all'individuo e ai suoi titoli di proprietà. L'"avvicendamento triennale perfezionato", comparso durante la Rivoluzione agricola, rese possibile un'estensione dei tipi di coltura senza che ciò comportasse una modifica della struttura delle parcelle. Invece di lasciare gli appezzamenti a maggese ogni tre anni, li si seminava con piante fogliacee, soprattutto leguminose (trifoglio, erba medica, veccia), che fornivano foraggio e arricchivano il terreno di azoto (Rotazione continua).

L'avvicendamento è stato presentato, soprattutto dagli autori che ne hanno studiato l'abbandono nel XIX sec., come un freno che avrebbe impedito il progresso agricolo. Secondo Oskar Howald, agronomo e in seguito professore di agronomia al Politecnico fed. di Zurigo, esso avrebbe fermato i movimenti propulsivi, inibito lo sviluppo tecnico, scoraggiato le iniziative e impedito il progresso culturale. Studi più recenti dimostrano invece che questo sistema offrì prospettive di miglioramento e di crescita e che, nonostante le regole costrittive e gli oneri feudali, già nei primi sec. dell'epoca moderna era possibile produrre cereali grazie a una rotazione continua, soprattutto nel sud dell'Altopiano.

Riferimenti bibliografici

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