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Politica industriale

La politica industriale, espressione qui intesa nella sua accezione ted. (Gewerbepolitik, letteralmente "politica delle arti e mestieri"), comprende la definizione del quadro costituzionale e normativo per le aziende artigianali e commerciali e le misure di promozione e indirizzo adottate dallo Stato e dalle principali Federazioni di categoria. Focalizzata sulle piccole e medie Imprese, essa riguarda le aziende private attive nell'Artigianato, nel Commercio al dettaglio, nell'industria Alberghiera, alcuni rami del settore dei Servizi e alcune industrie rivolte al mercato nazionale.

Affermazione della libertà di commercio e di industria

"Accesso vietato senza l'autorizzazione dell'associazione professionale. Titolo di capacità obbligatorio, no". Manifesto in vista della votazione del 20.6.1954 (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).
"Accesso vietato senza l'autorizzazione dell'associazione professionale. Titolo di capacità obbligatorio, no". Manifesto in vista della votazione del 20.6.1954 (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste). […]

Prima del 1798 nelle città le attività artigianali erano regolamentate dall'ordinamento corporativo, mentre nelle campagne, sulla base delle cosiddette Bannalità, esse erano spesso riservate ai cittadini. Nei cant. rurali gli ab. con diritto di cittadinanza rivendicavano prerogative in quest'ambito. Successivamente alla Rivoluzione elvetica le Corporazioni persero il loro ruolo politico e la loro importanza quali org. professionali; l'ordinamento corporativo venne gradualmente abolito (da ultimo a Basilea Città nel 1874). Progressivamente si affermò la Libertà di commercio e di industria. Mentre la Costituzione elvetica (1798) non ne faceva menz., l'Atto di mediazione (1803) sancì la libera circolazione di prodotti alimentari, bestiame e merci. Il Patto fed. del 1815 stabilì il principio della libertà di compravendita e circolazione per le derrate alimentari, i prodotti agricoli e le merci, e introdusse inoltre disposizioni contro l'usura e l'incetta. Questa regolamentazione venne ripresa dalla Costituzione fed. del 1848, che garantì inoltre la libertà di industria ai domiciliati. Solo con la Costituzione fed. del 1874 (art. 31) la libertà di commercio e di industria assunse validità generale su tutto il territorio della Conf.; l'attuazione pratica continuò però a essere demandata alle legislazioni cant.

Fase protezionistica fino al 1954

In difficoltà dopo l'abolizione dell'ordinamento corporativo, artigiani e piccoli imprenditori reagirono creando una rete di nuove org. locali e professionali, dal 1879 riunite nell'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM); una prima ass. mantello creata nel 1849 si era già sciolta nel 1864. Sin dalla sua fondazione l'USAM, tra le più importanti federazioni sviz., assunse un ruolo fondamentale nella definizione della politica industriale. Il periodo fino alla seconda metà del XX sec. fu caratterizzato dagli sforzi di affiancare al principio costituzionale della libertà di commercio e industria una normativa fed. sulle arti e i mestieri finalizzata alla protezione del Ceto medio. Dopo un primo tentativo fallito nel 1894, nel 1908 venne emanato l'art. 34ter della Costituzione fed., che attribuì alla Conf. la facoltà di stabilire regole uniformi per il settore. Inizialmente l'art. si rivelò tuttavia di poca utilità per la tutela delle arti e mestieri.

Dopo la prima guerra mondiale parte degli artigiani e dei piccoli commercianti trovarono un referente politico nel partito dei contadini, degli artigiani e dei borghesi, fondato nel 1919. La politica nei loro confronti continuò a essere incentrata soprattutto sull'aiuto pubblico alle misure di autosostegno del settore. A tale scopo nel 1930 fu creato l'ufficio fed. dell'industria, delle arti e mestieri e del lavoro (dal 1999 segretariato di Stato dell'economia, seco). La crisi economica mondiale rafforzò la volontà politica di regolamentare la libera concorrenza risp. di emanare disposizioni a difesa delle arti e mestieri. Attraverso decreti fed. urgenti vennero presi provvedimenti a tutela di singole categorie; il divieto dei grandi magazzini, varato nel 1933 e prorogato più volte fino al 1945, servì ad esempio a proteggere il piccolo commercio.

Nel 1933 l'USAM sviluppò un modello per un ordinamento economico di tipo corporativo, che attribuiva funzioni pubbliche alle org. professionali e prevedeva di conferire carattere vincolante alle decisioni delle federazioni (Corporativismo); una revisione totale della Costituzione fed. in senso corporativistico, appoggiata anche da diverse ass. di artigiani e piccoli commercianti, fu però chiaramente respinta alle urne nel 1935. All'interno della commissione di esperti istituita dal Consiglio fed., nel 1937 prevalsero i principi dell'autosostegno, dell'eccezionalità delle misure di protezione, della lotta contro gli abusi e del rifiuto di misure di limitazione contro le grandi imprese; riscosse al contrario approvazione l'idea che il Consiglio fed. potesse conferire carattere obbligatorio generale alle decisioni delle federazioni. Nel 1939 venne elaborata una bozza relativa ai nuovi articoli sull'economia; la votazione subì però un rinvio a causa dello scoppio della guerra. Con la ripresa del dibattito alla fine della guerra, la possibilità di attribuire forza vincolante alle risoluzioni delle federazioni venne lasciata cadere. Il progetto accordava comunque alla Conf. la possibilità, se necessario in deroga alla libertà di commercio e di industria, di emanare disposizioni "per salvaguardare importanti rami dell'economia [...] minacciati nella loro esistenza" o "per sviluppare la capacità professionale delle persone che esercitano un'attività per conto proprio" (art. 31bis della Costituzione fed. del 1874). In questa forma gli articoli sull'economia vennero accettati di stretta misura in votazione popolare nel 1947.

La politica industriale dal 1954

"Al buon lavoro. Titolo di capacità, sì". Manifesto in vista della votazione del 20.6.1954 in favore del decreto federale per l'introduzione di un titolo di capacità, realizzato da Pierre Monnerat (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).
"Al buon lavoro. Titolo di capacità, sì". Manifesto in vista della votazione del 20.6.1954 in favore del decreto federale per l'introduzione di un titolo di capacità, realizzato da Pierre Monnerat (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).

Negli anni 1950-60 il Consiglio fed. decise di introdurre un titolo di capacità per calzolai, parrucchieri, sellai e carradori, obbligatorio per esercitare il mestiere in maniera indipendente. Il relativo decreto fed., finalizzato alla protezione di tali attività, venne però chiaramente respinto dal popolo nel 1954, dopo che l'Anello degli Indipendenti aveva promosso un referendum. Questa votazione segnò un punto di svolta nella politica riguardante le arti e i mestieri. In seno alle autorità, e in parte tra le categorie interessate, si fece strada l'opinione che in un Paese orientato al libero mercato gli interventi statali a tutela di singoli rami risp. del ceto medio nel complesso non erano né politicamente attuabili, né economicamente sensati. Da allora la politica industriale cercò di limitare gli interventi pubblici - ciononostante, molte norme che ostacolavano la Concorrenza rimasero però in vigore - e di creare condizioni quadro favorevoli per le aziende artigianali e commerciali (limitato carico fiscale, tasse amministrative e contributi sociali ridotti, procedure di autorizzazione rapide e senza intralci burocratici). Più volte la Conf. e le ass. di categoria seguirono indirizzi opposti, ad esempio in occasione dell'ordinamento finanziario del 1970, dell'articolo sulla congiuntura del 1975, in materia di sorveglianza dei prezzi (1982) o relativamente alla garanzia contro i rischi dell'innovazione (1985). Le org. imprenditoriali (USAM, Unione sviz. del commercio e dell'industria) si opposero, talvolta con successo, all'attribuzione di maggiori competenze fiscali alle autorità fed. e contro un ampliamento delle possibilità di intervento dello Stato. Questa evoluzione raggiunse il suo apice con i progetti per il rilancio e la deregolamentazione dell'economia (tra gli altri, legge fed. sui cartelli, riforma degli appalti pubblici, legge fed. sul mercato interno), promossi dal 1992 in vista del processo di integrazione europea e della costituzione dell'OMC e quale reazione alla crescente disoccupazione. Dagli anni 1970-80 le misure complessive di sostegno alle regioni svantaggiate, e in particolare alle zone di montagna, costituiscono un caposaldo della politica industriale. Anche le difficoltà dell'artigianato e del piccolo commercio nelle grandi città divennero oggetto di ricerche settoriali. Nelle elezioni fed. del 1995 e durante le successive legislature gli aiuti a favore delle piccole e medie imprese, rivendicati in particolare da PPD, UDC e PRD, divennero un tema importante del dibattito politico.

Riferimenti bibliografici

  • HSVw, 1, 573-581
  • O. Fischer, «Gewerbe und Wirtschaftspolitik», in Schweizerische Wirtschaftspolitik zwischen gestern und morgen, a cura di E. Tuchtfeldt, 1976, 407-415
  • Das Gewerbe in der Schweiz: 100 Jahre Schweizerischer Gewerbeverband 1879-1979, 1979
  • E. A. Brugger, G. Fischer (a cura di), Regionalprobleme in der Schweiz, 1985
  • K. Angst, Von der "alten" zur "neuen" Gewerbepolitik (1930-1942), 1992
  • F. W. Gerheuser, J.-C. Perret Gentil, Gewerbeverdrängung, 1993