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Ceto medio

Classe media

Con il termine di ceto medio (o classe media) vengono indicati quei gruppi di pop. che in ragione di determinate caratteristiche economiche e sociali quali l'indipendenza lavorativa, la professione, il reddito e l'istruzione si collocano in una posizione mediana nella società. Al ceto medio come categoria sociopolitica vengono attribuiti specifici stili di vita, mentalità, valori morali e politici e una determinata idea della società; si considera tipica anche la sua convinzione di svolgere una funzione portante per lo Stato. Per Fritz Marbach vi erano compresi, attorno al 1940, tutti i gruppi attivi professionalmente che non erano né capitalisti né proletari, che non potevano permettersi lussi ma aspiravano, anche in caso di redditi bassi, a un tenore di vita borghese, e che ritenevano intangibile la proprietà e respingevano la lotta di classe. Dalla fine del XIX sec. si distingue, in genere, fra un ceto medio "nuovo", di impiegati o funzionari, e uno "vecchio", che comprende i lavoratori indipendenti del settore artigianale, del commercio su piccola scala o al dettaglio e di altri tipi di servizi, oltre ai liberi professionisti e a una parte dei contadini. In che misura questi gruppi così diversi per basi economiche e professionali abbiano davvero formato una mentalità particolare, con valori morali e politici specifici, resta una questione ancora aperta.

Il ceto medio nell'uso linguistico politico-sociale

Fino alla fine del XVIII sec. era sufficiente, per la descrizione delle differenze sociali, la distinzione in "stati" (nobiltà, clero, borghesi e contadini) o la contrapposizione fra poveri e ricchi/potenti (Società per ceti). L'etica cristiana del ME e dei primi sec. dell'epoca moderna aveva ripreso dalla tradizione aristotelica l'idea per cui l'optimum per la società stava nel "tenore di vita medio" o nella "proprietà media", e che la democrazia potesse esistere e durare solo attraverso la presenza di un'ampia fascia intermedia di cittadini; ai fini di una descrizione delle effettive differenze sociali, tuttavia, questo principio-guida del "giusto mezzo" non aveva alcuna reale utilità. Fu solo con la progressiva dissoluzione dell'ordinamento per stati che emerse il bisogno di creare un termine collettivo apposito per gli strati intermedi della pop., in modo di fornire a una Borghesia che prendeva sempre più coscienza di sé un nuovo modello tripartito della società. In ted. il termine Mittelstand (ceto medio; letteralmente "stato medio") apparve nel vocabolario socio-politico a partire dal 1770. Mentre la nobiltà era soggetta a critiche crescenti e in alcuni casi perfino messa in questione come istituzione, il ceto medio venne valorizzato. Scrittori dell'Illuminismo vi videro l'elemento dinamico della società e attribuirono ai suoi appartenenti particolari doti intellettuali e morali: il ceto medio divenne pertanto quella parte di società che incarnava lo specifico della nazione, il popolo per antonomasia. Nella letteratura di lingua ted. gli vennero associate immagini simili a quelle dei testi che, nella Francia rivoluzionaria, equiparavano il Terzo stato addirittura alla nazione; Johann Heinrich Pestalozzi, per esempio, lo definì "midollo del Paese" e ne fece il pilastro delle virtù repubblicane da rimettere in auge. Anche in inglese e franc. il primo ponte fra il topos aristotelico del giusto mezzo virtuoso e la realtà sociale fu gettato solo dopo il 1750, anche se allora il concetto di "fascia sociale intermedia" non era ancora solidamente legato ai termini inglesi state, rank e class o franc. ordre, état e classe: Jean-Jacques Rousseau, per esempio, parlò di un état médiocre riferendosi alla piccola proprietà terriera e a coloro che erano attivi nelle arti e nei mestieri. A cavallo del 1830 entrò saldamente nell'uso il termine classe(s) moyenne(s), ma soprattutto nel contesto dei dibattiti sul censo elettorale. Nel medesimo periodo, per influsso franc. e inglese, accanto a Mittelstand l'area germanofona registrò una maggiore diffusione del termine Mittelklasse(n), più restrittivo del precedente; così avvenne anche nella Svizzera ted., dove i gruppi borghesi in ascesa, per distinguersi sia dalle classi alte aristocratiche (Nobiltà, Patriziato cittadino) sia dalle Classi popolari nullatenenti, si definivano appunto "classi medie" e si consideravano portatori del progresso sociale e politico. Il termine perse importanza dopo il 1850, con la loro ascesa sociale e con l'esautorazione delle vecchie Elite; in seguito, sulla scorta di concezioni sociali piuttosto conservatrici (corporative o organiche), il termine Mittelstand tornò in uso per indicare condizioni intermedie di vita, mentre in area francofona restò invece comune il concetto di classe(s) moyenne(s), che sottolineava maggiormente la "media" sociale e dissimulava in misura minore il carattere classista della Società industriale. Verso la fine del XIX sec., quando iniziò a prendere forma l'"ideologia del ceto medio", questa nozione si applicava spec. ai lavoratori indipendenti del settore artigiano medio e medio-piccolo, alla piccola borghesia e in parte anche ai contadini; anche la cosiddetta "politica del ceto medio" solo di rado perseguiva scopi diversi dalla protezione e promozione di questi gruppi, escludendo quindi la "nuova" classe media. Nell'immagine della Svizzera che con gli anni 1950-60 cominciò a dominare la coscienza collettiva della classe borghese e in parte anche operaia - quella di una società livellata del ceto medio - il termine ha subito un nuovo ampliamento di significato, ed è stata sottolineata l'importanza equilibratrice e stabilizzatrice del ceto medio per la società e per lo Stato.

Il ceto medio degli artigiani e dei commercianti dal Medioevo al XVIII secolo

Frontespizio dell'opera sull'evoluzione demografica dell'Appenzello scritta da Titus Tobler e pubblicata nel 1835 a San Gallo (Biblioteca nazionale svizzera).
Frontespizio dell'opera sull'evoluzione demografica dell'Appenzello scritta da Titus Tobler e pubblicata nel 1835 a San Gallo (Biblioteca nazionale svizzera). […]

Nella società urbana orientata al denaro e al guadagno, con un'economia basata sulla divisione del lavoro, la posizione sociale e l'attribuzione a un determinato rango sociale non derivavano da un ordinamento giur. strettamente fissato, come invece avveniva nella società agraria-feudale. Nuove forme economiche di sussistenza legate al mercato - lavoro salariato libero, artigianato, commercio, imprenditoria, locazione di immobili e terreni, acquisto di rendite, operazioni finanziarie, investimento di capitali nel commercio e nella rivendita - aprirono alla pop. urbana grandi opportunità di ascesa sociale individuale o collettiva. La ricchezza, il possesso e il patrimonio non rafforzarono unicamente la coscienza di sé della borghesia cittadina risp. la posizione di artigiani, mercanti e commercianti delle città nei confronti della signoria, dei suoi ministeriali e della nobiltà urbana, ma si trasformarono rapidamente anche in un criterio distintivo fondamentale sul piano sociale. Nonostante l'uguaglianza giur. - i borghesi costituivano in sé un proprio ceto - si crearono all'interno della borghesia e della pop. cittadina differenze basate su caratteristiche sociali. Al di sotto della classe superiore e dirigente del patriziato cittadino, anche artigiani ed esponenti delle varie arti (in genere uniti in corporazioni) svilupparono un proprio codice d'onore lavorativo e professionale, legato al principio del "sostentamento", cioè della garanzia di un tenore di vita adeguato. Dotati di patrimoni medi e piccoli, i bottegai, i piccoli commercianti, gli artigiani, i liberi professionisti e i funzionari o dipendenti del com. costituirono fino al XIX sec. il cuore del ceto medio nella maggior parte delle città. I titolari di aziende commerciali medie, gli imprenditori (o commercianti di merci prodotte a domicilio) non più legati alla dimensione artigianale, gli artigiani con forte componente commerciale, i cancellieri delle città, gli avvocati e i notai appartenevano piuttosto alla sua fascia superiore; artigiani dipendenti, garzoni e inservienti di bottega formavano lo strato inferiore, la fluida fascia di transizione fra ceto medio e classi basse. Assicurando la propria posizione sociale ed economica attraverso la fissazione del numero dei maestri, l'adozione di misure contro la concorrenza degli artigiani rurali e di una prassi restrittiva nella concessione della cittadinanza, dal XVI sec. anche le arti e i mestieri aumentarono sempre più la chiusura verso il basso. Nelle città in cui le corporazioni erano molto influenti e dove quindi l'esercizio di attività artigianali e commerciali era riservato di norma ai soli cittadini, ciò portò a un indebolimento numerico del ceto medio artigiano-commerciale; a Zurigo la sua percentuale risp. alla cittadinanza scese dal 78% del 1600 ca. al 49% del 1790 ca. In città come Berna, dove invece anche i non cittadini potevano esercitare mestieri artigianali e commerciali, il patrimonio e il reddito consentirono a un numero sempre maggiore di fam. immigrate (Dimoranti, Ewige Einwohner) di entrare a far parte del ceto medio, mentre nello stesso tempo borghesi nullatenenti passavano al ceto inferiore. Le distinzioni fisse di statuto giur. o ceto fra cittadini di antica data e nuovi arrivati con minori diritti si ridussero, minando alla base la suddivisione in stati della società. Come nelle città, anche nei villaggi o nel contado le differenze sociali interne alla pop. dedita alle attività artigianali e commerciali erano molto forti; la maggioranza delle fam. degli artigiani rurali aveva redditi scarsi se non nulli, e andava pertanto collocata nelle classi inferiori piuttosto che nel ceto medio, mentre categorie professionali come mercanti, osti o mugnai spesso facevano parte dell'élite.

Il (vecchio) ceto medio nel XIX e XX secolo

L'Industrializzazione e l'affermarsi di un ordinamento economico liberale, vale a dire l'introduzione della libertà d'industria, la soppressione di interventi regolatori statali a favore di principi quali il mercato, la concorrenza e il rendimento, provocarono un profondo cambiamento delle strutture economiche: intere categorie artigiane e commerciali scomparvero o poterono sopravvivere unicamente limitandosi ad attività di fornitura o di riparazione. La diffusione del Capitalismo minacciava non solo la posizione economica, ma anche quella sociale del ceto medio artigiano-commerciale; già negli anni 1830-40 si segnalò il pericolo di una scomparsa del ceto medio. L'appenzellese Titus Tobler, ad esempio, denunciò come grave male della società il fatto che il ceto medio contadino e artigiano si riducesse di giorno in giorno e che moltissime persone non disponessero di beni immobili, dovendosi così rassegnare a subire "l'umore dei tempi". Nel 1847 una perizia del governo zurighese ascrisse l'artigianato in generale al ceto medio, ma dovette tuttavia concedere che solo una piccola parte degli artigiani apparteneva realmente al "ceto medio fortunato" e che la maggioranza si avvicinava piuttosto al proletariato (Operai). Malgrado i reali sviluppi e cambiamenti, dopo il 1850 l'idea di un declino del ceto medio divenne un luogo comune, strumentalizzato sia da chi sperava nel futuro sia da chi ne aveva paura. Mentre i conservatori elevarono il ceto medio a baluardo contro le forze capitalistiche disgregatrici e la minaccia della proletarizzazione, per i socialisti quel declino era conseguenza obbligata dell'evoluzione sociale, che avrebbe portato a una Società di classe bipartita. I riformisti social-liberali, invece, si aspettavano dall'industrializzazione piuttosto una maggiore diffusione dello stile di vita tipico del ceto medio, vedendo negli impiegati, ma anche negli operai qualificati, la dimostrazione che la società industriale consentiva l'ascesa sociale e quindi rafforzava anche le classi medie. In effetti, anche se il lavoro indipendente perdeva importanza sul piano economico e sociale, contrariamente alle previsioni di destra e sinistra anche il ceto medio autonomo trasse beneficio dal cambiamento economico. Il ceto medio poté affermarsi grazie all'apertura di nuovi campi di attività, pur non riuscendo a fermare il proprio regresso numerico: se nella Svizzera del 1860 era il 21% dell'intera pop. attiva maschile e femminile (più un 16% di contadini indipendenti) a esercitare un mestiere o una libera professione in proprio, nel 1888 tale percentuale era scesa al 14% (30% se si calcolano anche i contadini). Attorno al 1910, il "vecchio" ceto medio - esclusi cioè sia gli imprenditori della media e grande industria sia i grandi commercianti - comprendeva l'11,9% della pop. attiva (più un altro 11,6% di contadini), mentre il "nuovo" ceto medio impiegatizio equivaleva al 10,2%. Nel XX sec. la percentuale degli indipendenti diminuì ulteriormente, con un'accelerazione particolare del processo dopo il 1950 (dal 21% del 1941, contadini compresi, al 14,5% del 1960 e al 9,7% del 1980); negli anni 1980-90 tornò sopra il 10% grazie a nuove forme di lavoro indipendente, spec. nel settore dei servizi, e nel 2000 raggiunse il 14%.

L'ideologia attorno al ceto medio

Il ceto medio, spesso identificato con la borghesia, in Svizzera venne considerato fino alla fine del XIX sec. un pilastro del progresso sociale e politico. Soprattutto i democratici videro in quella che Simon Kaiser definì "classe mediatrice" una garanzia dell'equilibrio sociale: pur dovendo anche ricorrere al lavoro salariato, i suoi appartenenti avevano a disposizione anche altri fattori di produzione, come la proprietà fondiaria e il capitale. Alla crescente frattura fra classi i democratici contrapposero un modello sociale che postulava l'unità fra ceto medio e lavoratori; essi credettero inoltre che la democrazia potesse fermare la proletarizzazione e rafforzare di nuovo il ceto medio. Dopo gli anni 1880-90, cerchie conservatrici, artigiane e contadine ripresero il termine Mittelstand dandogli un'accezione di lotta difensiva e di espressione di fede: il ceto medio venne dichiarato fondamento stabile dello Stato e della società, colonna della nazione e anzi sinonimo del popolo nella sua interezza, ma nello stesso tempo il termine fu interpretato in senso più ristretto, ed esteso unicamente ai lavoratori indipendenti medi e piccoli. L'immagine che il ceto medio aveva di se stesso nasceva da un atteggiamento di difesa contro gli effetti dei cambiamenti economici; nella sua sopravvalutazione della propria importanza economica e sociopolitica, che lo portava a ritenersi indispensabile, era riconoscibile una tipica ideologia di compensazione. Vi dominava la paura della proletarizzazione e di un regresso quantitativo del ceto medio artigianale contadino: molti artigiani e contadini temevano di essere superati dagli impiegati e operai delle grandi aziende industriali, sempre più numerose e potenti. Come una sorta di mentalità collettiva, quell'ideologia doveva coprire le differenze di classe tra lavoratori indipendenti medi e medio-piccoli, offrire loro punti di riferimento e sicurezza, unirli in modo efficace e duraturo contro la classe operaia o il grande capitale e dare la necessaria legittimazione alle loro richieste di tutela statale. Nei suoi tratti essenziali, questa visione si legava alla Mittelstandsideologie dei conservatori ted., giunta in Svizzera attraverso l'azione, ad esempio, di Ernst Laur; ma essa riceveva impulsi essenziali anche dalla dottrina sociale catt.-conservatrice. Nei primi decenni del XX sec., con l'inasprirsi delle lotte sociali di ridistribuzione e con il crescente organizzarsi degli interessi, la classe media divenne un classico gruppo-cuscinetto: il ceto medio contadino e artigiano incarnava la difesa per antonomasia contro le forze disgreganti, il baluardo contro la civiltà decadente delle grandi città, il rifugio della parte sana della società contro capitalismo, grande produzione industriale e marxismo. Questa ideologia del ceto medio, che si opponeva a qualsiasi rinnovamento sociale, ebbe la sua massima espansione durante la crisi degli anni 1930-40. Con la svolta del 1941 in materia di Politica industriale, l'ideologia che univa il ceto medio artigiano conobbe alcuni spostamenti d'accento: l'atteggiamento di difesa antimodernista fece posto a modelli di razionalizzazione orientati verso la produttività e all'autoaiuto di individui e ass. All'insegna del neoliberismo, le aziende medie e medio-piccole passarono per "bastioni di libertà individuale" e le misure per conservare il ceto medio vennero legittimate come politica sociale.

Politica e movimenti del ceto medio

In quanto sostenitori di dazi o provvedimenti statali protettivi, ambienti legati all'artigianato e al piccolo commercio cercarono di impegnare lo Stato fed., fin dai suoi inizi, per i propri interessi specifici. Una prima pietra miliare dell'intervento dello Stato a favore di quel ceto medio furono i decreti fed. del 1884 per promuovere la Formazione professionale nel settore artigiano e industriale. Ancora nel 1894, tuttavia, non venne concessa alla Conf., come avevano richiesto i piccoli artigiani in cerca di protezione, la competenza di legiferare su arti e mestieri; solo nel 1908, con l'art. 34ter della Costituzione fed., la Conf. ottenne maggiori competenze in questo ambito. A differenza di quanto avveniva ad esempio nel Reich ted., la Svizzera rinunciò a un ordinamento generale del settore, preferendo invece l'emanazione di leggi speciali; sulla scorta dell'art. 34ter, la prima regolamentazione statale interessò il tirocinio e la formazione professionale. Singole leggi e ordinanze del Consiglio fed. posero limiti alla libera concorrenza nell'artigianato, ad esempio con il divieto dei grandi magazzini, varato nel 1933 e prorogato più volte fino al 1945. A partire dalla crisi di fine XIX sec., il settore artigiano e alcuni ambienti orientati al ceto medio avevano cercato senza successo di far proteggere e sancire dallo Stato un'economia legata a cartelli o cooperative professionali, in modo da conservare piccole e medie aziende artigiane indipendenti. Dagli anni 1920-30 una parte dell'Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM), in particolare il suo pres., August Schirmer, si impegnarono per l'adozione di una sorta di ordinamento corporativo dell'economia (Corporativismo). Sotto la pressione della crisi, intorno al 1933 si formò un movimento innovativo del ceto medio, la Nuova Svizzera, i cui modelli di conservazione dei valori e di interpretazione delle crisi riuscirono a influenzare ampiamente, anche se per un breve periodo, il dibattito politico. Negli anni 1930-40 anche il partito popolare conservatore sviz., pure di orientamento antimodernista, ebbe una pronunciata politica del ceto medio; come partito catt. trasversale alle classi, ma che metteva l'accento su quella media, si impegnò molto, anche per influsso dell'enciclica Quadragesimo anno, a favore di un ordinamento economico e sociale corporativo e per classi. Con una riforma da destra, i Cattolici conservatori volevano tenere a freno capitalismo e liberalismo, superare la lotta di classe e creare una comunità nazionale solidale; come nell'epoca preindustriale, la ricostruzione di un ordine fondato sui mestieri avrebbe dovuto promuovere ad autentico pilastro della produzione e del commercio l'attività professionale indipendente, invece della "plutocrazia del grande capitale". L'USAM e i conservatori non riuscirono a imporre le loro idee di riforma, ma ottennero comunque che l'"interventismo di crisi" del periodo tra le due guerre fosse improntato all'intensificazione di una politica economica del ceto medio e corporativa, in un clima di ostilità alla modernizzazione. Con il rifiuto delle idee corporativistiche e di un sostegno protezionistico dello Stato alle ass., intorno al 1942 si ebbe una svolta - prima nell'USAM e poi anche nella politica economica in generale - verso concezioni più liberali. Obiettivi principali di una politica in favore del ceto medio dovevano essere, da allora in poi, la rinuncia all'aiuto statale diretto, un coerente antistatalismo, l'ammodernamento e la razionalizzazione di arti e mestieri (mediante nuovi ordinamenti che in mercati e professioni privilegiassero l'efficienza) nonché il sostegno alle dinamiche di autoaiuto in ambito aziendale e associativo. Con gli Articoli sull'economia, che sul piano del diritto pubblico "subordinavano" le ass., nel 1947 la Costituzione sviz. prese le distanze dalle pretese normativo-giur. di modelli basati su ceti o corporazioni.

Riferimenti bibliografici

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