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Lavoro femminile salariato

Il lavoro femminile salariato (malgrado la loro importanza non verranno affrontati in questa sede i temi del lavoro femminile volontario e dei lavori domestici) è una componente delle economie di mercato. Diffuso dal ME fino al XIX sec. in ampi strati della pop., se si eccettuavano le donne dei ceti superiori privilegiati o i periodi di forte depressione economica, fu però spesso sottostimato dagli storici a causa della difficoltà di documentarlo. Per le epoche più remote le attività professionali femminili sono attestate soprattutto da fonti indirette (fiscali e giudiziarie, inventari dei beni compilati dopo un decesso, ecc.). Anche le fonti contemporanee si rivelano lacunose e imprecise data la difficoltà di applicare le categorie tradizionali al lavoro femminile salariato. I censimenti sviz. del XIX e della prima metà del XX sec., come quelli di altri Paesi, propongono ad esempio una definizione troppo limitata delle attività professionali delle donne, rendendo quindi dubbia l'attendibilità delle statistiche ufficiali, in particolare in riferimento alla pop. agricola femminile, al personale di servizio e alle attività non dichiarate oppure esercitate solo occasionalmente o a tempo parziale da donne, spesso sposate, nel settore dei servizi (pulizie, bucato, stiratura, ecc.) per arrotondare le entrate fam.

Contrariamente a quanto è stato a lungo sostenuto, già nel ME il lavoro femminile salariato era una pratica corrente sia nelle città sia nelle campagne, anche se quello delle donne nubili era più evidente nei centri urbani data la sua ampia diffusione. Coesistevano forme di lavoro molto diverse: nell'ambito dell'economia fam. le mogli venivano associate alle attività dei mariti - sia che lavorassero come contadini, artigiani, commercianti, negozianti o operai - nonostante i mestieri cittadini fossero organizzati in corporazioni (dal XIV-XV sec.) che tendevano a escludere le donne. Le donne nubili lavoravano invece come Giornaliere, domestiche (Servitù), venditrici o operaie in tutti i settori produttivi e non solo nell'Industria tessile. Il lavoro femminile salariato era caratterizzato da bassi compensi, da un'ampia diffusione del lavoro stagionale e da un'accentuata mobilità geografica. In una società che valorizzava la forza fisica più di altre competenze, la maggioranza delle donne guadagnava il minimo necessario alla sopravvivenza. Considerato il carattere stagionale della maggior parte degli impieghi, la flessibilità era una componente essenziale del lavoro femminile salariato: le vedove, le donne nubili e talvolta anche quelle sposate, dovevano migrare per trovare un lavoro come giornaliere o domestiche.

Telefoniste alla centrale di Friburgo nel 1931 (Museo della comunicazione, Berna).
Telefoniste alla centrale di Friburgo nel 1931 (Museo della comunicazione, Berna). […]

La rivoluzione industriale ha profondamente mutato la natura del lavoro femminile salariato tanto nel contesto rurale quanto in quello urbano. Mentre nel mondo protoindustriale (Protoindustrializzazione) l'intera fam. costituiva spesso una sola unità produttiva, retribuita collettivamente, lo sviluppo del lavoro nelle fabbriche e l'urbanizzazione hanno portato a una progressiva separazione della sfera lavorativa da quella fam. Nel settore trainante dell'industrializzazione, quello tessile, le donne venivano preferite agli uomini perché ritenute più docili e sottomesse alla nuova disciplina imposta dalla Fabbrica, alla quale molti uomini opponevano una forte resistenza (Disciplinamento sociale). Per i datori di lavoro era vantaggioso assumere delle donne, pagate meno dato che vivevano con mariti o padri che già lavoravano, secondo un'ottica condivisa con motivazioni ideologiche e economiche da sindacati e classi dirigenti.

Una giovane operaia nella fabbrica di sigari di Beinwil am See nel 1937. Fotografia di Hans Staub, 1937 (Fotostiftung Schweiz, Winterthur) © Fotostiftung Schweiz.
Una giovane operaia nella fabbrica di sigari di Beinwil am See nel 1937. Fotografia di Hans Staub, 1937 (Fotostiftung Schweiz, Winterthur) © Fotostiftung Schweiz.

Il lavoro in fabbrica è caratterizzato da una struttura anagrafica tipicamente femminile: tra i 14 e i 18 anni, le ragazze erano più numerose dei ragazzi (per la Svizzera nel 1911, 54,1% contro 45,9%), perché questi ultimi frequentavano la scuola più a lungo o erano ancora in formazione. Il numero di figli era un fattore essenziale nel determinare la percentuale di donne professionalmente attive e la loro permanenza nel Mercato del lavoro. Nel 1837, a Ennenda, il tasso di donne impiegate in attività salariate (nel settore tessile) fra le Glaronesi senza figli sotto i 16 anni, sposatesi tra i 20 e i 39 anni, era del 607‰; scendeva al 517‰ fra quelle con due figli, al 442‰ fra quelle con tre e al 383‰ fra quelle con quattro o più figli.

In Svizzera, all'inizio del XX sec. il Lavoro a domicilio occupava il 10-15% della manodopera. Era diffuso soprattutto nell'agricoltura, settore ancora maggioritario in nove cant. nel 1900, e definiva realtà molto diverse (domestiche impiegate in fattoria, lavoratrici agricole o giornaliere).

Benché indispensabile nelle fasce inferiori della pop., l'attività professionale femminile era giudicata sfavorevolmente sia dai ceti borghesi sia dalle org. dei lavoratori; da ciò derivava l'ambivalenza che si palesava nella legislazione e nelle opportunità di accesso ai mestieri. Mentre le leggi sulle fabbriche del 1877 e del 1914 proibivano tassativamente il lavoro femminile notturno e domenicale nell'industria, nessuna restrizione era invece prevista per settori tipicamente femminili come quelli del servizio domestico o dell'agricoltura, in cui si registrava una forte presenza femminile. Il ristretto ventaglio di opzioni professionali offerte alle donne fino al periodo tra le due guerre mondiali rifletteva sia l'assenza di possibilità di formazione (Educazione femminile), sia l'opposizione dei Sindacati e delle associazioni di Impiegati a una manodopera suscettibile di fare concorrenza agli uomini. Contadine e operaie crearono tuttavia propri sindacati (Unione donne contadine svizzere, Federazione svizzera delle lavoratrici) e le ragazze ebbero la possibilità di seguire una formazione agricola (ad esempio nel cant. Vaud dal 1914).

Operaie straniere in una fabbrica di vestiti ad Amriswil. Fotografia di Roland Gretler, 1966 (Gretler's Panoptikum zur Sozialgeschichte, Zurigo).
Operaie straniere in una fabbrica di vestiti ad Amriswil. Fotografia di Roland Gretler, 1966 (Gretler's Panoptikum zur Sozialgeschichte, Zurigo).

Nel 1910, il 47% delle donne tra i 15 e i 64 anni lavoravano e tra loro più di due terzi erano nubili. La percentuale scese al 45% nel 1920 e al 35% nel 1941 con la crescente diminuzione delle donne sposate dovuta all'influsso del modello borghese che prevedeva un solo salario (quello maschile), impostosi per alcuni decenni nella società sviz. (Ruoli sessuali). Dopo la prima guerra mondiale, il ventaglio delle professioni accessibili alle donne si è lentamente ampliato. Tuttavia verso il 1950 due terzi dei ragazzi seguivano una Formazione professionale, mentre tre quarti delle ragazze erano ancora occupate in attività non o semiqualificate. Nel 1928 e nel 1958 il Movimento femminista organizzò l'Esposizione nazionale sviz. del lavoro femminile (SAFFA), volta a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla condizione della donna.

Nell'ultimo terzo del XX sec. si registrò una svolta, che vide l'aumento della percentuale di donne professionalmente attive (dagli anni 1960-80), pari al 42,5% nel 1971, al 57,6% nel 2000 e al 60,7% nel 2011. Le donne costituivano un terzo della pop. attiva nel 1960, due quinti nel 1990 e il 44,8% nel 2011. Le forme di inserimento nel mercato del lavoro sono profondamente mutate. L'operaia tende a scomparire (o in genere a essere straniera), la percentuale di impiego si modifica (nel 2011 il 57,8% delle donne lavoravano a tempo parziale, uno dei tassi più elevati in Europa) e l'incidenza dello stato civile sulla permanenza nel mercato del lavoro diminuisce (nel 1960 lavorava il 16% delle donne sposate, il 51% nel 1990, il 67% nel 2000). È cambiato anche il comportamento delle madri di fam.: nel 2010 più di tre quarti delle donne il cui figlio minore aveva un'età compresa fra i 7 e i 14 anni lavorava e il "modello delle tre fasi" (secondo cui il periodo di attività professionale era diviso in due da quello della maternità) è divenuto meno frequente. Le donne con una formazione migliore (apprendistato, studi superiori), appartenenti soprattutto alle classi medie o alla borghesia, preferiscono non abbandonare il lavoro dopo il matrimonio o la nascita di un figlio, benché siano sfavorite dal fenomeno del "soffitto di vetro" che preclude loro l'accesso alle posizioni di maggiore responsabilità. Persiste invece la segmentazione tra uomini e donne del mercato del lavoro. La Parità tra uomo e donna è iscritta nella Costituzione fed. dal 1981 e nella legge dal 1996; tuttavia il principio "salario uguale per lavoro uguale" non è strettamente applicato, cosicché persistono importanti differenze salariali (attorno al 20-30%), spec. nel settore privato.

Riferimenti bibliografici

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  • AA.VV., Au foyer de l'inégalité, 2005