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Cerealicoltura

In senso stretto, il termine cerealicoltura designa la monocoltura dei cereali. In questo testo, il termine designa, in senso più ampio, la coltura dei cereali in generale.

Dalle origini al XVIII secolo

Dalla Preistoria all'alto Medioevo

Nel territorio della Svizzera attuale, il Neolitico, cioè l'epoca del passaggio dalla caccia e dall'economia di raccolta del cibo alla Campicoltura e all'allevamento del bestiame, avvenne molto più tardi che nel Vicino Oriente (Agricoltura). Le tracce più antiche della cerealicoltura (granaglie carbonizzate) sono state rinvenute a Bellinzona e nella valle del Rodano e risalgono al sesto millennio a.C.; nell'Altopiano, la coltura dei cereali iniziò al più tardi verso il 5000 a.C. Il passaggio da un'economia di appropriazione a un'economia di produzione rese possibile una significativa crescita demografica. L'archeobotanica attesta per quell'epoca la coltivazione di Orzo, Farro piccolo, Farro e Frumento nudo; nell'età del Bronzo (2200-800 a.C.) Miglio e Spelta; nell'età del Ferro (dall'800 a.C. alla fine del I sec. a.C.) Segale e Avena. Dall'età del Bronzo si usavano aratri a uncino a trazione animale (Aratro); nella tarda età del Ferro comparve un tipo di aratro che rivoltava la terra lateralmente e venne avviata la costruzione di vomeri in ferro. In epoca romana fu introdotta la viticoltura, che tuttavia ebbe poche ripercussioni sulla cerealicoltura. L'unità di base della produzione agricola era la Villa, termine che spesso viene ritenuto equivalente a quello di curtis, cioè la grande azienda fondiaria romana; questa identificazione non è tuttavia esatta, poiché gli studi archeologici hanno dimostrato che accanto a grandi strutture - coltivate dai servi della gleba - esistevano anche villae di piccole dimensioni e aziende fam. Non si può ancora affermare con certezza quanto la produzione cerealicola romana servisse unicamente all'autoapprovvigionamento o quanto fosse invece orientata all'esportazione (per esempio attraverso la vendita all'esercito).

Il progressivo declino dell'Impero romano d'Occidente potrebbe essere stato legato a un forte calo demografico e dunque anche della cerealicoltura. I Burgundi e gli Alemanni, che occuparono il territorio dell'attuale Svizzera poco prima della metà del V risp. nel VII sec., sfruttarono tutti i cereali allora disponibili: orzo, frumento nudo, spelta, avena, farro piccolo, segale e miglio. Recenti studi fanno supporre che molti insediamenti rurali si siano sviluppati a partire da antiche villae. La scarsità di fonti permette una ridotta conoscenza dell'organizzazione della cerealicoltura nell'alto ME. Per l'VIII sec. è stata provata l'esistenza di una bipartizione della Signoria fondiaria: accanto alle curtes signorili gestite dal padrone per mezzo dei servi della gleba (pars dominica), vi erano i mansi assegnati a coltivatori dipendenti (pars massericia).

Dal VII sec., la produzione agricola dovrebbe aver ripreso lentamente a crescere. Nel periodo successivo alla presenza romana, il più diffuso sistema di Sfruttamento del suolo era l'Economia agricola mista: il terreno arato veniva coltivato a cereali per alcuni anni di seguito e poi abbandonato all'erba. I tipi di cereali più diffusi erano orzo, spelta e segale nelle zone più elevate, frumento, spelta e avena in quelle più basse.

La cerealicoltura nell'Altopiano

La forte crescita demografica che seguì l'anno Mille provocò un mutamento del metodo di coltivazione. Nell'alto ME si era imposta ovunque la Rotazione triennale, documentata per la prima volta attorno all'800, perché permetteva di aumentare del 50% la produzione di frumento. Essa consisteva nell'avvicendamento di un cereale autunnale il primo anno e di un cereale primaverile il secondo anno, mentre il terzo anno il campo rimaneva a Maggese, in modo da permettere la rigenerazione del terreno, grazie anche alla concimazione ad opera degli animali al pascolo. I principali cereali autunnali a nord delle Alpi erano la spelta nella Svizzera ted. e il frumento, più nutritivo ma anche più delicato, nella Svizzera franc., mentre le specie primaverili più diffuse erano l'avena e, nei primi sec. dell'epoca moderna, la segale.

La rotazione triennale fu in un primo momento praticata dai singoli contadini (rotazione triennale in senso stretto), ma presto si instaurò il sistema dell'avvicendamento triennale delle colture (Avvicendamento delle colture), in cui i contadini dividevano la superficie agricola globale in tre appezzamenti, ognuno dei quali era destinato a una specifica coltura. In questo modo erano necessarie meno recinzioni e siepi, con risparmio di legno e spazio; gli animali al pascolo di tutto il villaggio potevano essere custoditi in comune e non venivano persi terreni preziosi per la costruzione di strade. Il sistema dell'avvicendamento triennale implicava il diritto di tutti i membri del villaggio di far pascolare liberamente il proprio bestiame, dopo il raccolto e nella parte lasciata a maggese, indipendentemente dal numero dei capi posseduti. Una visione estremamente chiara di una simile suddivisione del terreno è offerta dal piano di Kaiseraugst (Fricktal), fatto allestire dal balivo austriaco nel 1772.

Nell'Altopiano, gran parte della cerealicoltura rimase organizzata secondo la forma dell'avvicendamento triennale fino al XIX sec. (Zone agrarie). La coesione delle comunità rurali e il sistema che regolava i tributi le conferivano una notevole stabilità, perché sarebbe risultato molto difficile a un singolo ab. del villaggio sottrarsi al sistema e perché i tributi venivano di regola corrisposti nelle varietà di cereali correnti. I proprietari fondiari riscuotevano i Censi fondiari, che consistevano in una quota fissa di cereali come la spelta e il frumento, oltre a cereali teneri quali l'avena, l'orzo, le fave ecc., mentre i proprietari ecclesiastici ricevevano la Decima, cioè una parte, variabile a seconda del raccolto, di cereali panificabili e/o di altri tipi. A causa del vincolo costituito da questi tributi, un cambiamento nel sistema di coltivazione si verificava raramente e solo in situazioni eccezionali. Alla fine del ME, le autorità cittadine cominciarono a regolamentare la produzione e il mercato dei cereali nei territori soggetti, con la finalità di assicurare l'approvvigionamento della pop. urbana (Politica annonaria).

Gli strumenti per lavorare la terra subirono nel corso dei sec. modifiche di poco rilievo: in genere si usavano aratri a versoio, che rivoltavano le zolle, trainati per lo più da quattro buoi aggiogati; la mietitura veniva effettuata di solito con la Falce messoria. Nelle aree periferiche della cosiddetta fascia cerealicola e nelle Alpi, il suolo veniva spesso lavorato con la Zappa. Tra il XVII e il XVIII sec. fecero la loro comparsa, dapprima nella zona di confine tra l'Altopiano e le Prealpi, le Recinzioni, cioè parcelle recintate sottratte alla rotazione collettiva e alla semina obbligata. I proprietari di questi appezzamenti vi coltivavano cereali e fieno in alternanza oppure solo fieno, a seconda della zona e della congiuntura agricola; nel XVIII sec. vi si aggiunsero le patate. Le riserve di fieno e la stabulazione del bestiame permisero di accrescere il numero dei capi bovini e quindi di migliorare la Concimazione e la forza di traino dell'aratro. I contadini che abbandonavano in tal modo la coltura dei cereali dovevano riscattare in denaro i tributi in natura oppure pagare censi e decime sul prodotto dei loro campi non recintati.

Fino a poco tempo fa, nei dibattiti fra studiosi dell'agricoltura si criticava fortemente il sistema dell'avvicendamento triennale delle colture, considerato un freno allo sviluppo della campicoltura. Questo modello di coltivazione era però meno rigido di quanto si ritenesse: esso offriva infatti diverse nicchie che potevano essere sfruttate dalle fasce più deboli degli ab. dei villaggi per procurarsi da vivere. Chi possedeva l'abitazione e l'orto, godeva dei diritti d'uso di parte dei prati e dei boschi, e chi aveva la possibilità di portare i propri animali nei pascoli comuni poteva accontentarsi di una piccola porzione della terra riservata all'avvicendamento. Assieme all'istituzione dei beni comuni, tale sistema assicurava quindi la base esistenziale a uno strato di piccoli contadini, detti in ted. Tauner, che sarebbero stati costretti a emigrare se non avessero avuto l'opportunità di lavorare questi piccoli appezzamenti in esubero. L'elasticità dell'avvicendamento triennale permetteva inoltre di intensificare la coltivazione negli orti, negli appezzamenti riservati alle piante tessili e nei terreni recintati.

I cereali si coltivavano comunque anche al di fuori dell'area soggetta all'avvicendamento triennale. Le fattorie isolate nelle zone più elevate dell'Altopiano praticavano un tipo di cerealicoltura estensiva ritenuto esemplare dai riformatori agricoli del XVIII sec., poiché non sottostava all'obbligo della rotazione regolata e poteva contare su una migliore concimazione grazie al maggiore numero di animali a disposizione. L'importanza della cerealicoltura in queste fattorie isolate mostra che nell'Altopiano essa veniva praticata anche là dove non era imposta dalla collettività: la cerealicoltura rappresentava la principale fonte alimentare di questa regione del Paese (pane e puree) e solo l'introduzione della patata portò un'alternativa ai cereali. Nelle Prealpi e nelle Alpi settentrionali invece, dove fin dal basso ME l'allevamento del bestiame prevaleva sulla cerealicoltura, i prodotti ricavati dal latte avevano un ruolo decisamente maggiore.

La cerealicoltura nelle Alpi e nella Svizzera meridionale

Particolare di una tavola all'acquaforte riprodotta nell'Itinera per Helvetiae alpinas regiones di Johann Jakob Scheuchzer, 1723 (Bibliothèque de Genève, Archives A. & G. Zimmermann).
Particolare di una tavola all'acquaforte riprodotta nell'Itinera per Helvetiae alpinas regiones di Johann Jakob Scheuchzer, 1723 (Bibliothèque de Genève, Archives A. & G. Zimmermann). […]

I contadini delle vallate alpine interne e della Svizzera meridionale, a differenza di quelli del versante nordalpino, mantennero una elevata produzione di cereali fino al XX sec. Ne sono testimonianza i terrazzamenti del suolo, i granai (gli stadel del Vallese e le torbe del Ticino) e i graticci in legno su cui venivano fatti seccare i covoni (nel Ticino detti rascane). Tuttavia, nei primi sec. dell'epoca moderna, forse solo il Vallese era in grado di provvedere all'autoapprovvigionamento, mentre sia i Grigioni sia il Ticino dovevano importare cereali. La superficie destinata alla cerealicoltura sembra sia rimasta sostanzialmente costante fino all'inizio del XIX sec.: le fonti non fanno infatti alcun accenno a un eventuale regresso.

Nei Grigioni si coltivava soprattutto orzo e segale. Nelle aree settentrionali (Surselva, Prettigovia) si praticava in genere un ciclo rotativo pluriennale cereali-fieno, particolarmente adatto a regioni ricche di precipitazioni. Nella parte meridionale del cant. prevaleva la semina continuata di cereali sugli stessi terreni, senza nessuna fase a maggese, mentre nella regione centrale si adottava una combinazione dei due sistemi: nei campi situati presso il villaggio si effettuava la semina continuata, in quelli più lontani si alternavano prato e cereali, cosicché si veniva a creare una sorta di divisione del territorio secondo le distanze.

Si coltivavano cereali anche in tutto il Ticino, persino nelle valli alpine fino a 1000-1200 m d'altitudine, anche se qui il settore dominante dell'agricoltura era costituito dall'allevamento. Nelle zone collinari del Bellinzonese, Locarnese e Luganese, e in pianura (spec. nel Mendrisiotto), si produceva per lo più frumento, segale e, dal XVII sec. in avanti, Mais. Fino a ca. 800 m di quota si praticava in genere un sistema di coltivazione a ciclo biennale: cereali primaverili il primo anno, autunnali il secondo, cui faceva seguito un'altra specie primaverile nello stesso anno. I cereali primaverili del Mendrisiotto erano una particolare specie di mais, il quarantino, il Grano saraceno, il panico e il miglio. Questo sistema di coltivazione intensivo dava un maggior numero di raccolti che l'avvicendamento triennale praticato al nord delle Alpi: nel Ticino meridionale si avevano nove raccolti in sei anni, nell'Altopiano solo quattro. Al margine dei campi di cereali, ma in alcuni casi nei campi stessi, seguendo il modello della coltura mista o promiscua proprio dell'area mediterranea, si coltivavano la vite e il gelso. Sebbene questo tipo di cerealicoltura permettesse rese minori, non vi è alcuna ragione per ritenere questo sistema più arcaico di quello praticato nell'Altopiano.

Nel Vallese centrale e inferiore, la cerealicoltura era praticata non solo nel fondovalle principale, ma anche nelle valli laterali. Nel tardo ME dominava la segale, mentre la coltivazione di orzo, avena e frumento era marginale. I cereali venivano seminati in parcelle ben definite, che si lasciavano però riposare periodicamente, al contrario di quanto avveniva nei Grigioni e nel Ticino. Dalle fonti storiche emerge che già nel XIII sec. esisteva un sistema di rotazione biennale cereali-maggese; questo sistema era diffuso soprattutto nelle aree in cui i contadini praticavano anche la viticoltura e dove la quasi totalità del concime veniva usata nelle vigne, cosicché i campi potevano essere coltivati solo in modo estensivo.

XIX e XX secolo

Il regresso della cerealicoltura dopo il 1850

L'area destinata alla campicoltura nel territorio della Svizzera attuale era attorno al 1800 di ca. 600'000 ettari e verso il 1850 di ca. 580'000 ettari, di cui ca. la metà seminata a cereali. Nella prima metà del XIX sec., il passaggio dal tradizionale avvicendamento triennale a un sistema perfezionato dello stesso ridusse la superficie che rimaneva incolta a non più del 5% dell'intera area coltiva. Dato che però il terreno così guadagnato era per lo più coltivato a patate e trifoglio (raramente anche ad avena), questa evoluzione ebbe un influsso trascurabile sulla superficie riservata ai cereali. Fino alla metà del sec. il frumento guadagnò terreno a danno della segale (a ovest) e della spelta (a nord e a est). L'avena e l'orzo persero importanza a causa della progressiva sostituzione della dieta a base di semola con la patata, la verdura, il pane e il caffellatte; il miglio mantenne proporzioni importanti solo nel Ticino, come il mais, coltivato pure nella valle del Reno. Grazie alla Rivoluzione agricola, le singole aziende producevano maggiori quantità di concime, che a sua volta permise un lento aumento della resa. Nel XIX sec. questa si situava, seppure con notevoli variazioni annuali, al di sopra della media europea, ma al di sotto dei valori di punta registrati in Inghilterra e nei Paesi Bassi.

All'alimentazione erano destinati due terzi dei raccolti. Nel 1848, Stefano Franscini stimò il grado di autoapprovvigionamento della Svizzera pari all'80%, ma poi ridusse tale stima al 59%.

Resa del frumento (in q/ettaro)a

AnnoSvizzeraEuropab
180011,08,6
185013,09,4
191021,212,6
193624,014,2
198553,743,6

a Media quinquennale

b Senza la Russia

Resa del frumento (in q/ettaro) -  Autori

La cerealicoltura cominciò a regredire nella seconda metà del XIX sec. Il calo del prezzo dei cereali, comune a tutti i Paesi europei, rese questa coltivazione poco redditizia. Già dal 1830 la relazione tra la produzione cerealicola e quella animale si era modificata a svantaggio della prima. Questa evoluzione si accelerò dopo il 1860, quando la navigazione a vapore e la ferrovia ridussero l'effetto di barriera protettiva rappresentato dalla distanza geografica. Se nel 1870 il rapporto tra il prezzo del latte e quello dei cereali era ancora di 1:3, negli anni precedenti la prima guerra mondiale esso era di 1:1,2. Di conseguenza, iniziò a perdere terreno anche la superficie coltivata a cereali, che passò dai 300'000 ettari della metà del XIX sec. ai 105'000 ettari del 1914. In Svizzera, le condizioni naturali favorirono lo spostamento verso l'allevamento e la produzione lattiera, i cui prodotti potevano essere venduti sia all'interno del Paese, grazie all'incremento demografico, sia all'estero (formaggio, latte condensato, cioccolato). Il mutamento fu radicale nelle Prealpi, regione dalle precipitazioni abbondanti, dove la campicoltura fu totalmente abbandonata; la campicoltura mantenne invece una certa importanza soprattutto nella parte settentrionale del Paese, povera di precipitazioni, nel quadro della "rotazione triennale perfezionata", nell'Altopiano occidentale, nei Grigioni e nel Vallese.

Più della metà dei contadini sviz. continuava a coltivare cereali, ma ormai praticamente solo per il proprio fabbisogno, fam. e del bestiame, per il quale occorrevano paglia e Foraggi. Nel corso del XIX sec. si invertì dunque l'originario rapporto tra allevamento e cerealicoltura: se in precedenza il primo era stato ausiliario alla seconda, ora quest'ultima serviva all'allevamento e alla produzione lattiera. Nel 1911, la cerealicoltura rappresentava solo il 2,6% del ricavo lordo dell'agricoltura sviz. Nel 1880, la produzione interna copriva ancora il 43% del fabbisogno cerealicolo della pop. (valutazione di Friedrich Gottlieb Stebler), negli anni 1890-1900 il 21% e alla vigilia della prima guerra mondiale solo il 15% (valutazione di Ernst Laur). Il basso grado di autoapprovvigionamento provocò allora un dibattito attorno al problema dell'Approvvigionamento economico del Paese. Nel 1917 l'intera superficie coltivata a cereali era così ripartita: frumento 35%, avena 24%, segale 17%, spelta 15%, orzo 7% e mais 2%.

Nella seconda metà del XIX sec. la produttività aumentò fortemente grazie ai progressi tecnici: il miglioramento delle sementi (Selezione vegetale), dovuto all'azione delle ass. agricole e, dal 1916, delle cooperative per la selezione di sementi, l'aratro doppio più potente e l'impiego, in un primo momento modesto, di concimi chimici. La Meccanizzazione ebbe invece un ruolo marginale, dal momento che le aree destinate alla coltivazione di cereali corrispondevano in media a meno di un ettaro. Anche se l'introduzione, dopo il 1850, della falce messoria al posto della Falce aveva reso più spedito il raccolto, nel XIX sec. solo una ridotta minoranza praticava la semina meccanizzata. Quanto alla trebbiatura, nel 1905 circa un terzo delle aziende la eseguiva a macchina, soprattutto nella Svizzera franc. In generale, la cerealicoltura richiedeva comunque una maggiore intensità di lavoro risp. all'allevamento, un motivo in più per limitarla o addirittura abbandonarla del tutto, vista la carenza di manodopera e l'aumento dei salari.

Estensione della cerealicoltura in tempo di guerra

Le difficoltà di approvvigionamento nel corso della prima guerra mondiale portarono la Conf. a orientare la produzione cerealicola attraverso prescrizioni di legge e incentivi finanziari. Quando, nel 1917, le importazioni di grano calarono della metà, il governo non solo fece eseguire un primo censimento della coltivazione indigena, ma la rese obbligatoria per decreto (fino al 1919). Contemporaneamente, furono creati incentivi alla cerealicoltura garantendo la stabilità dei prezzi e l'impegno dello Stato a ritirare la produzione; dal 1925 venne inoltre pagato un premio di macinazione ai contadini che producevano cereali per il proprio consumo. Questi strumenti rimasero in vigore anche dopo l'abrogazione del monopolio sui cereali, introdotto durante la guerra, e confluirono nell'ordinanza sui cereali del 1929. Tuttavia, ciò non poté impedire il nuovo forte calo produttivo degli anni 1920-30, e la faticosa ripresa nel decennio successivo, nonostante i reiterati appelli a ridimensionare il debordante mercato della carne e dei latticini; soprattutto i cereali da foraggio non riuscivano a competere con la concorrenza estera.

Manifesto per la Klingenthalmühle AG di Basilea e i suoi prodotti a base di avena, realizzato nel 1944 da Peter Birkhäuser (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).
Manifesto per la Klingenthalmühle AG di Basilea e i suoi prodotti a base di avena, realizzato nel 1944 da Peter Birkhäuser (Museum für Gestaltung Zürich, Plakatsammlung, Zürcher Hochschule der Künste).

Un mutamento di tendenza si ebbe solo con i premi alla coltivazione introdotti nel 1939-40, con il calo dell'approvvigionamento e il rincaro dovuto alla nuova guerra: durante il secondo conflitto mondiale, l'area coltivata a cereali da foraggio aumentò molto più in fretta di quella destinata ai cereali panificabili, in primo luogo per la grande richiesta di avena per i cavalli, molto sollecitati, e di orzo per l'alimentazione animale in generale. La coltivazione obbligatoria, organizzata in modo molto più efficace che nella prima guerra mondiale grazie al Piano Wahlen, permise di riportare la superficie cerealicola ai livelli di fine XIX sec.; nel momento di maggiore efficacia della battaglia per l'estensione della campicoltura, la superficie totale (inclusa quella destinata ai cereali panificabili) risultava raddoppiata rispetto ai bassi livelli toccati nel primo anteguerra, i cui valori, sebbene sottoposti a un nuovo calo, non vennero più raggiunti. Fino al decennio 1960-70 fu dominante la produzione di cereali panificabili, mentre in seguito, stimolata dai sussidi di superficie, si impose quella foraggera (soprattutto mais), inizialmente a scapito della prima. Nel decennio 1980-90, la crescita della cerealicoltura da foraggio generò persino un aumento complessivo della superficie cerealicola totale, che attorno al 1990 era suddivisa in modo pressoché uguale tra i due tipi di produzione.

Area coltivata a cereali (in ettari) 1850-2000

AnnoCereali (totale)di cui cereali panificabilidi cui cereali da foraggio
1850ca. 300 000  
1914105 00071 00034 000
1918159 000116 00043 000
1930121 00093 00028 000
1939137 000115 00022 000
1944219 000143 00076 000
1950165 000122 00043 000
1965174 000126 00048 000
1980177 00099 00078 000
1990212 000103 000109 000
2000182 00099 00083 000
Area coltivata a cereali (in ettari) 1850-2000 -  Autori

Motorizzazione e aumento delle rese nel dopoguerra

I mutamenti strutturali nel settore agricolo portarono nel XX sec. alla progressiva diminuzione (eccetto nei due periodi bellici) del numero dei cerealicoltori: sia in termini assoluti (dalle 182'000 persone del primo censimento eseguito nel 1917, ancora poco influenzato dall'economia di guerra, alle 48'000 di quello del 1980), sia in termini relativi (da ca. il 60% delle aziende all'inizio del XX sec. a ca. il 40% alla fine del sec.). Nello stesso lasso di tempo la superficie media coltivata da ogni singolo coltivatore sestuplicò, passando da 0,6 a 3,7 ettari. La specializzazione nella produzione fu anche una conseguenza della meccanizzazione e della motorizzazione, che conveniva solo ai contadini che disponevano di ampie superfici. A partire dalla seconda guerra mondiale, tutte le operazioni, dalla lavorazione del suolo alla mietitura, venivano eseguite a macchina e la produttività lavorativa aumentò enormemente. Soprattutto nelle regioni di montagna, tuttavia, gran parte delle piccole aziende contadine che coltivavano cereali e che ancora esistevano nel 1917 rinunciò a tale coltivazione o sparì del tutto. Questo fenomeno fu particolarmente marcato nel Ticino, dove il numero dei coltivatori si ridusse del 94% tra il 1917 e il 1980, ma senza che diminuisse la superficie totale, o nei cant. Vaud e Zurigo, dove ca. un terzo dei coltivatori attestati nel 1917 lavorava, 60 anni dopo, un'area all'incirca doppia.

Presente un tempo su tutto il territorio nazionale, poi scomparsa nelle Prealpi e nelle Alpi settentrionali, la cerealicoltura rimane oggi circoscritta al solo Altopiano. Per quanto riguarda le specie panificabili, si coltivava soprattutto e in misura sempre crescente frumento (per lo più autunnale, ma a volte pure primaverile); la percentuale del frumento sull'insieme dei cereali ritirati dalla Conf. passò da meno del 50% durante la prima guerra mondiale a più dell'80% verso la metà del sec., mentre quella della segale era scesa da ca. il 30% al 10% e la spelta (quasi il 20% nel 1917) era praticamente sparita. Nel 1990, il frumento veniva coltivato sul 94% della superficie adibita ai cereali da panificazione e forniva il 93% del totale della produzione consegnata. Fra i cereali da foraggio, l'avena dominò fino a quando rimase rilevante l'allevamento dei cavalli. Dal decennio 1960-70, la crescita dell'allevamento di suini portò al primo posto l'orzo, che nel 1990 occupava più della metà dell'area cerealicola destinata al foraggio. Dopo l'orzo, acquisì importanza sempre maggiore anche il mais (ca. un quarto della superficie totale nel 1990).

Media annua della produzione cerealicola (in migliaia di t.)

 Cereali (totale)di cui cereali panificabilidi cui cereali da foraggio
1911-2024917574
1931-4027123041
1951-60499356143
1971-80786431355
1991-931 236595641
Media annua della produzione cerealicola (in migliaia di t.) -  Autori

In rapporto al decennio 1910-20, la produzione cerealicola totale della Svizzera raddoppiò tra il 1950 e il 1960, triplicò tra il 1970 e il 1980 e quintuplicò nel decennio successivo. Dovuta in minima parte all'aumento della superficie coltivata, questa crescita derivava principalmente dalla maggiore resa per unità di superficie, che dipendeva a sua volta sia dal passaggio dalle specie a bassa resa (segale primaverile, miscele da panificazione e avena) alle specie dalla resa più elevata (come orzo autunnale e mais da granella), sia dai progressi tecnico-scientifici realizzati nella selezione delle sementi, nella lavorazione del suolo e nella raccolta, sia dal massiccio impiego di prodotti ausiliari agrochimici (concimi minerali, erbicidi, insetticidi, anticrittogamici). L'impiego di concimi di sintesi e di altre sostanze chimiche iniziò tuttavia a calare leggermente dalla fine degli anni 1980-90. Per quanto riguarda l'aumento di produttività, la Svizzera si situava anche nel XX sec., come già nel sec. precedente, al di sopra della media europea, ma non ai primi posti.

La crescita della superficie coltivata e della resa aumentò costantemente il grado di autoapprovvigionamento del Paese, nonostante la crescita demografica: esso era del 25% verso il 1930, secondo i dati dell'amministrazione fed. dei cereali, superò il 50% durante la seconda guerra mondiale e calò di nuovo temporaneamente nel dopoguerra. La crescita della produttività del dopoguerra portò, tra il 1980 e il 1990, a una produzione indigena superiore alla domanda; per la prima volta nella storia dell'agricoltura sviz., venivano prodotte eccedenze di cereali da panificazione. Ciononostante, l'importazione di cereali da foraggio continuò ad aumentare fino al decennio 1970-80, a causa della notevole crescita dell'allevamento di animali (soprattutto suini). Fino all'inizio della prima guerra mondiale, le importazioni totali erano progressivamente salite a 800'000 t annue, una cifra che fu poi di nuovo raggiunta rapidamente, dopo il crollo del 1917/18, nel periodo tra le due guerre. Nel decennio 1950-60, l'importazione annua media si situava attorno alle 790'000 t, salì a 1,31 milioni di t fra il 1970 e il 1980 e diminuì poi fortemente nel decennio successivo, fino alle 400'000 t del 1990 ca. La produzione indigena copriva il fabbisogno di cereali panificabili, ma per diversificare l'offerta si continuò a importarne, destinando l'eccedenza interna all'uso foraggero. Il grado di autoapprovvigionamento aumentò anche per quanto concerne i cereali da foraggio (da meno del 40 al 60%), nonostante il decrescente impiego di concentrato, il regresso dei capi di bestiame e la crescita del consumo in proprio. Dalla fine del decennio 1980-90, la cerealicoltura sviz. copriva circa due terzi del fabbisogno interno di cereali.

Il grande progresso produttivo non riuscì comunque a togliere la cerealicoltura da una posizione subalterna, rispetto all'allevamento, nell'insieme dell'agricoltura sviz. Alla fine del XX sec., essa rappresentava inoltre appena ca. il 5% del totale della produzione lorda disponibile, poiché buona parte del raccolto veniva consumato all'interno delle aziende, sia per l'alimentazione umana sia per quella animale. Le org. professionali del settore sorsero perciò relativamente tardi e rimasero piuttosto deboli. Nel 1921 nacque l'Ass. sviz. dei produttori di sementi, nel 1971 l'Ass. dei produttori di mais sviz., che confluì più tardi nella Federazione sviz. dei produttori di cereali, fondata nel 1987.

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  • P. Moser, Züchten, säen, ernten. Agrarpolitik, Pflanzenzucht und Saatgutwesen in der Schweiz 1860-2002, 2003