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Riti di passaggio

Il concetto venne usato per la prima volta dall'etnologo e studioso del folklore Arnold Van Gennep, che lo sviluppò in un suo lavoro divenuto celebre, I riti di passaggio (1909). Secondo la sua definizione, molto ampia e a volte criticata, questi riti accompagnano i cambiamenti di statuto, di età, di occupazione, di luogo e segnano le stagioni e le diverse fasi cicliche del calendario (Tradizioni, Feste). I riti contraddistinguono essenzialmente le tappe del Ciclo di vita, "dalla culla alla tomba" - dunque Nascita, pubertà, Matrimonio e Morte -, e accompagnano le fratture e le discontinuità che si producono lungo il corso temporale e sociale dell'esistenza. Pertanto, possono essere definiti come atti simbolici che permettono di affrontare queste cesure e transizioni attraverso una gestione sociale dell'angoscia che ne deriva e una loro rappresentazione ad uso della collettività.

L'Atlas der schweizerischen Volkskunde (progetto in corso dal 1934, 1959) rinvia implicitamente a questa nozione e alla sua manifestazione nella Svizzera degli anni 1930-40 nelle mappe sul matrimonio, le ass. giovanili maschili e gli usi legati alla morte. Riprendendo questi elementi Richard Weiss, nel suo volume Volkskunde der Schweiz (1945), rilevò l'indebolimento della consapevolezza di quanto lega le vite individuali alla comunità, derivante dal crescente individualismo, ma anche la persistenza di riti di passaggio che segnano i cambiamenti di appartenenza e l'integrazione in nuovi gruppi. Egli notò il sopravvivere di riti di transizione all'età adulta come la Cresima e Confermazione, l'ingresso in Congreghe giovanili o la fine della scuola elementare, ma anche le cerimonie d'accesso allo statuto di nuovo cittadino e il reclutamento per il servizio militare. All'inizio del XXI sec. il persistere di riti legati alle fasi della vita nel quadro collettivo tradizionale era tuttavia messo in questione.

Un tempo i riti a carattere religioso operavano con l'ausilio di simboli materiali e gestuali (apparato vestimentario, corone, benedizioni, oggetti di culto); inoltre, stabilivano uno scambio di simboli che coinvolgeva i partecipanti alla cerimonia, rinnovavano un consenso implicito e rafforzavano il sentimento di appartenenza a un gruppo. In Svizzera, come nella maggior parte d'Europa, fino all'indomani della seconda guerra mondiale questi riti furono assunti dalle Chiese, considerate come legittime depositarie del sacro. Tuttavia, queste istituzioni dagli anni 1960-70 conoscono una crisi; le statistiche ecclesiastiche attestano infatti una diminuzione dei Battesimi e delle cresime o delle confermazioni, e una accresciuta frequenza dei matrimoni non religiosi e soprattutto delle unioni libere. In misura minore, la medesima erosione è individuabile nei rituali legati alla morte (Riti funerari). Per gli Svizzeri non vi è più un passaggio naturale da una soglia all'altra dell'esistenza all'interno di una comunità. Per parte loro, le Chiese pongono l'accento sempre più sulla scelta volontaria del fedele, che non è più semplicemente accompagnato nel processo di integrazione, al tempo stesso sociale e religioso, ma deve fare atto esplicito di adesione.

Una parte considerevole del ciclo di vita contemporaneo soffre di un deficit rituale, in particolare il Divorzio o l'inizio di un'unione di fatto. Tuttavia, è al contempo possibile rilevare la crescente rivendicazione del ritualismo convenzionale - in testa, il matrimonio - da parte di gruppi confinati in misura più o meno accentuata ai margini dalla società, ad esempio gli omosessuali. Numerosi orientamenti accompagnano e indicano questa evoluzione, come il favore di cui godono le feste e le celebrazioni profane legate a un calendario desacralizzato (carnevale, commemorazioni, festival) o alle tappe della vita professionale.

I riti contemporanei sottolineano l'ingresso in gruppi particolari oppure l'accesso a una nuova tappa di un percorso formativo o in ambito professionale piuttosto che un momento di passaggio quasi naturale. Tra i rituali più recenti figurano il piantare un albero alla nascita di un bambino (dagli anni 1970-80, Argovia, Svizzera centrale), i piccoli festeggiamenti che accompagnano il primo giorno di scuola o il pensionamento, la comparsa (o la rivitalizzazione) di manifestazioni rumorose che fanno rivivere l'antico Charivari in occasione di matrimoni, e la pratica recente dei fuochi d'artificio per salutare il nuovo anno.

Nuove forme compaiono inoltre nei rituali di ammissione nelle bande giovanili, attraverso cui gli adolescenti cercano identificazione, protezione e possibilità di differenziarsi. Fenomeni di nonnismo scolastico, non privi di elementi vessatori, che venivano a volte imposti in ambito formativo, sopravvivono o vengono riattualizzati, ad esempio a Neuchâtel in occasione dell'ammissione alla scuola superiore di drogheria o al liceo. Recentemente si sono diffusi rituali festivi, legati al calendario o professionali, questi ultimi inscindibili dall'"immagine" dell'impresa; introdotti in Svizzera nelle filiali delle multinazionali ted. o statunitensi, si moltiplicano e mirano alla fidelizzazione degli impiegati.

Non è dunque possibile parlare di una fine dei riti di passaggio. Nella società postindustriale in cui domina l'individualismo, la disgregazione delle appartenenze identitarie si muove in parallelo a un accresciuto bisogno di rituali, spesso eseguiti al di fuori del quadro istituzionale delle Chiese e delle collettività politiche.

Riferimenti bibliografici

  • A. Van Gennep, I riti di passaggio, 1981 (franc. 1909)
  • R. Weiss, Volkskunde der Schweiz, 1946 (19782)
  • ASV, commento, seconda parte, quinta dispensa, 1959
  • P. Centlivres, J. Hainard (a cura di), Les rites de passage aujourd'hui, 1986
  • C. Burckhardt-Seebass, «Lücken in den Ritualen des Lebenslaufs», in Ethnologia Europaea, 20, 1990, 141-150
  • P. Centlivres, «I riti di passaggio oggi», in La Svizzera. Vita e cultura popolare, a cura di P. Hugger, 1, 1992, 223-230
  • S. Civelli, «Übergangsriten», in Kind sein in der Schweiz, a cura di P. Hugger, 1998, 199-212
  • M. Segalen, Rites et rituels contemporains, 1998
  • P. Hugger, Meister Tod, 2002