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Contadini

Il termine contadini indica in generale i titolari, proprietari o fittavoli di un podere agricolo, gestito di persona insieme ai membri della fam. ed eventualmente con l'ausilio di una certa quantità di manodopera esterna. I contadini non hanno mai costituito una categoria sociale e professionale omogenea. Mentre oggi sono in primo luogo le disparità economiche e le posizioni ideologiche - contadini agiati e industria agro-alimentare da una parte; piccoli contadini, contadini di montagna e agricoltori biologici dall'altra - a costituire dei fattori di differenziazione interna, nel periodo precedente alla Rivoluzione franc. anche lo status giur. ebbe un influsso determinante sulla posizione assunta all'interno della gerarchia sociale. Grazie all'alleanza con le forze borghesi e all'"ideologia del ceto contadino", nel corso del XX sec. i contadini esercitarono una notevole influenza sul sistema politico sviz., diminuita leggermente solo verso la fine del sec.

Fino all'epoca romana

Subito dopo il riscaldamento climatico postglaciale, nell'Europa del Neolitico si diffuse una nuova forma di sostentamento e di economia, basata sulla Campicoltura e sull'Allevamento. Il concetto di contadini è dunque strettamente legato, per quanto attiene agli esordi, a questo passaggio - così importante per la storia della cultura - da un'economia nomade di caccia e raccolta all'Agricoltura e alla vita stanziale, senza sottintendere altri significati socioculturali. Campicoltura e allevamento, tuttavia, non solo diedero luogo a un sovvertimento delle basi dell'Economia di sussistenza, ma permisero anche l'accumulo di provviste e di altri beni materiali (terreni, bestiame), e vengono quindi considerati requisiti preliminari per lo sviluppo di forme organizzative e modelli sociali più complessi.

Su scala europea, la Svizzera fu coinvolta da questi processi relativamente tardi. Le prime attestazioni di forme di vita contadina in area alpina sono quelle di Bellinzona (Castel Grande) e Sion (place Planta), e risalgono al periodo intorno al 5000 a.C. Tipici delle società contadine neolitiche sono ritenuti i numerosi abitati perilacustri dell'Altopiano (Villaggi lacustri), indissolubili dal concetto di palafitticoli. Grazie agli abbondanti resti organici che si sono conservati negli strati abitativi (semi, frutti, reperti ossei di animali, ma anche attrezzi in legno), si conoscono piante coltivate e animali domestici; è possibile inoltre, ad esempio per il bacino inferiore del lago di Zurigo, ricostruire in modo plausibile il lavoro e la vita di quelle antichissime pop. contadine.

I villaggi sulle rive dei laghi sono attestati fino agli inizi del primo millennio a.C., e la produzione agricola va presupposta come forma basilare di sussistenza anche nelle età del Bronzo e del Ferro; in area alpina il sito di Munt Baselgia, presso Scuol, dà una buona idea di un sistema agrario ben sviluppato dell'età del Bronzo, con rotazione continua stagionale, allevamento ovino ed economia lattiera. Ma attività specializzate quali l'estrazione e la lavorazione di minerali metalliferi, così come la gerarchizzazione della società che si delinea in tombe e insediamenti, sono indicatori di una organizzazione della pop. sempre più basata sulla ripartizione del lavoro: agli abitati d'altura fortificati e con funzione di centro, risalenti al periodo di Hallstatt (per esempio Châtillon-sur-Glâne), si affiancavano piccoli insediamenti contadini che garantivano l'approvvigionamento alimentare. La società celtica della tarda età del Ferro conosceva, secondo la descrizione che ne fa Cesare nel De bello gallico, un sistema clientelare in cui schiavi e contadini semiliberi erano legati a un'aristocrazia di capitribù; le fonti archeologiche (per esempio Boscéaz o Marthalen) non forniscono tuttavia risposte precise sull'effettivo status sociale e giur. dei contadini di allora.

Con la romanizzazione si stabilì l'ordinamento economico e sociale romano, in cui le tenute agricole patrizie avevano un ruolo decisivo. Fittamente disseminate in tutto l'Altopiano e perfino in valli alpine, le Villae romane costituivano le unità produttive dell'agricoltura; di solito erano gestite da un fattore o un affittuario (colonus) con schiavi e affrancati, ma è attestata anche l'esistenza di piccoli contadini indipendenti.

Medioevo

Nel ME più del 90% della pop. lavorava in rami produttivi legati alla terra, ma in origine il termine germ. pur, attestato dal basso ME, non indicava il contadino (Bauer) in senso odierno, cioè la persona attiva nell'agricoltura, quanto il "vicino di campagna" o il compaesano (in questo senso, anche l'it. contadino, cioè chi abita nel contado, chi vive in campagna). Equiparare i termini delle fonti medievali burschap o gebursami all'odierno vocabolo Bauernschaft (pop. agricola, insieme dei contadini) è quindi impreciso, perché essi non si riferiscono tanto a una consociazione dei contadini in quanto produttori agricoli, come suggerirebbe il corrispettivo moderno, quanto piuttosto all'organizzazione giur.-sociale di vicini o compaesani; in tal senso essi sottolineano la Vicinanza e la comunità di Villaggio, entrambe importanti per il processo di collettivizzazione del basso e tardo ME.

Nell'ordinamento della Società per ceti medievale il termine pur assunse un significato fondamentalmente diverso. In questo contesto, il "Terzo stato" comprendeva non solo i contadini ma tutti i non nobili e non ecclesiastici, quindi anche ab. di città, artigiani e commercianti; a tutti loro era assegnato il compito di servire e lavorare. Accanto all'immagine elogiativa del buman dedito al nobile lavoro della terra, nella letteratura didascalica sui ceti il termine pur compare anche in un'accezione peggiorativa: nobili o ecclesiastici lo usavano a fini polemici contro contadini disobbedienti o borghesi in ascesa sociale, per mostrare - come in Der Ring di Heinrich Wittenwiler (1410 ca.) o nel De Nobilitate et Rusticitate Dialogus di Felix Hemmerli (1450 ca.) - quale dovesse essere invece il loro posto (v. anche in seguito, nella sezione sull'ideologia del ceto contadino).

Fonti scritte e resti materiali forniscono informazioni sui contadini del ME. I testi medievali sono opera soprattutto di coloro che detengono il potere ecclesiastico o secolare, e pertanto riflettono la situazione e la vita contadina spec. secondo la loro ottica; fino al tardo XIII sec., inoltre, si tratta in prevalenza di registri fondiari o documenti che descrivono rapporti giur. fra signorie e contadini o fissano normativamente, in caso di rivendicazioni contestate, i diritti di possesso e signoria su pop. contadine. Dal XIV sec. la prassi scrittoria dei signori si affinò, documentando anche spese effettivamente sostenute, modifiche nelle condizioni di possesso o dati personali dei contadini (libri contabili, elenchi di spese, inventari). Inoltre, gli stessi contadini cominciarono in misura maggiore a scrivere o quantomeno a comparire nelle scritture come soggetti attivi; ciò vale, ad esempio, per i testi riferibili all'(auto-)organizzazione di enti collettivi rurali (Ordini) e per gli accordi che fissano condizioni di possesso per singoli poderi (atti di vendita, testamenti), mentre i più antichi scritti privati di contadini (lettere, registri domestici) che sono stati tramandati risalgono solo alla fine del XV sec. Resti materiali e rappresentazioni iconografiche informano spec. sulla cultura materiale, sul tipo di vita e sui cambiamenti del paesaggio antropizzato derivati dalle attività agricole.

La differenziazione sociale della Società rurale che si riscontra dall'alto al tardo ME è strettamente legata ai cambiamenti delle istituzioni sociali centrali (per esempio Signoria fondiaria, Città, Signoria territoriale) e dei sistemi economici. Fino al basso ME inoltrato gli ab. delle campagne compaiono, spec. nelle scritture di signorie fondiarie ecclesiastiche, quasi esclusivamente come oggetti di signoria; i contadini, indipendentemente dal fatto che fossero indicati come liberi, semiliberi o servi della gleba, erano definiti sul piano sociale dalla loro collocazione nella Familia del signore fondiario, su quello economico dai loro compiti (tributi, corvée) nell'economia signorile (Economia curtense). Dalla metà del XIII sec. all'interno della società rurale sono sempre più riconoscibili diverse org. sociali; in generale esse si basano su enti collettivi di godimento o religiosi (Comunità), il cui obiettivo era la tutela di diritti e doveri comuni in ambito agricolo (alpeggi, Beni comuni, campi) e religioso (prete secolare, chiesa). Nel villaggio e nella comunità di valle le varie forme di cooperazione economica, giur. - anche in materia di diritti d'uso - e politica si integrarono in un sistema complesso di dipendenze e vincoli reciproci fra vicini; dai molteplici intrecci e interessi di queste forme organizzative risultarono distinzioni sociali, interne ed esterne, basate su criteri quali i diritti d'uso, il possesso, la vicinanza o la parentela. Nell'Altopiano, nel Giura, nelle Prealpi e nella fascia sudalpina la nascita di forme di cooperazione a livello di villaggio è strettamente legata all'estensione progressiva delle signorie territoriali; nelle campagne della Svizzera centrale o nelle zone alpine a quote più elevate, invece, la formazione di istituzioni collettive potrebbe essere stata favorita da un debole grado di feudalizzazione.

La pop. contadina del ME non costituiva un gruppo sociale omogeneo, e l'idea di una "pop. contadina" unita nella difesa dei propri interessi è priva di fondamento; bisogna supporre, piuttosto, una sua forte differenziazione sociale interna. La posizione sociale era determinata da fattori diversissimi; lo status giur. personale (liberi, semiliberi, servi) costituiva un criterio, che tuttavia con il tempo perse di importanza. Più significative, e nel tardo ME documentabili con sempre maggiore chiarezza, divennero le differenze economiche, dovute soprattutto al possesso di terreni e di equipaggi di animali da tiro. Lo status economico e sociale (contadini proprietari, fittavoli, Tauner) all'interno della comunità di villaggio era determinato in misura decisiva anche dal rapporto fra la comunità stessa e i diversi titolari del potere. Per il villaggio o la comunità di valle tardomedievale è attestata, in generale, un'élite poco numerosa, comprendente per esempio i titolari di corti (Meierhöfe o Kelnhöfe) e i luogotenenti del balivo; questo gruppo, che disponeva di risorse materiali maggiori e di un prestigio sociale superiore, aveva funzioni di mediazione fra la signoria e il villaggio.

Lo specializzarsi dell'agricoltura nel tardo ME accelerò la differenziazione sociale della pop. rurale; proprio le forme di produzione che richiedevano molti capitali, come l'allevamento o la viticoltura, aumentarono le differenze sociali ed economiche. Questa evoluzione fu rafforzata anche dalle diverse possibilità di accesso al Mercato agricolo. Con la specializzazione e la capitalizzazione si ebbe in parallelo un crescente indebitamento, spec. nei confronti dei creditori di città.

Quattro coppie di contadini che danzano. Disegno a penna anonimo della prima metà del XVI secolo (Kunstmuseum Basel, Kupferstichkabinett).
Quattro coppie di contadini che danzano. Disegno a penna anonimo della prima metà del XVI secolo (Kunstmuseum Basel, Kupferstichkabinett).

La cultura quotidiana e la vita della pop. contadina, spec. dei piccoli contadini e di coloro che non possedevano terra, sono difficili da cogliere nelle fonti, ma talvolta anche studiate in misura troppo ridotta. La vita materiale (abbigliamento, oggetti d'uso, abitazioni) era generalmente modesta. La maggioranza delle persone aveva un'alimentazione semplice e poco variata, basata su generi essenziali quali fagioli, cavoli e soprattutto cereali (spelta, avena); una modesta integrazione con altri alimenti dipendeva dalla stagione, dall'andamento climatico o dalla congiuntura. La fame, interrotta da brevi periodi di sazietà, era un'esperienza ricorrente, e si affiancava al sogno di tempi e luoghi in cui il cibo abbondasse. Anche morte e malattia erano onnipresenti; tuttavia sono poco noti sia i rapporti con le paure che vi erano correlate sia l'immaginario collettivo religioso-spirituale e i riti della pop. rurale medievale, così come la sua percezione del divenire e il suo rapporto con il tempo.

La varietà dei modi di vivere, che si riflette nella forte diversità di fattorie, "fuochi" e tipi di fam., può essere riassunta nel concetto di "economia fam. contadina". L'organizzazione della produzione, del consumo e della riproduzione riposava sulla fam. o sul "fuoco". Sembra che nel tardo ME fosse diffuso il nucleo unifam., formato dall'uomo (capofam.), dalla donna e dai figli (forse da uno a quattro) che avevano superato i primi anni di vita. Per l'area sviz. non è possibile dimostrare una rigida differenziazione sessuale delle attività lavorative, attestata invece per il medesimo periodo in altre realtà. La posizione sociale delle donne di campagna è molto difficile da documentare, tuttavia anche per la società rurale del ME bisogna supporre una crescente patriarcalizzazione. Il nucleo fam. contadino era un'unità di lavoro e consumo segnata dal ciclo di vita; composta per la maggior parte del tempo da due generazioni (e per brevi periodi anche da più di due), nelle fasi di transizione riuniva sotto lo stesso tetto vari fratelli e sorelle di età adulta, e in alcuni casi disponeva anche di una (scarsa) servitù. La sua composizione oscillava di molto; spec. i numerosi contadini che non possedevano terra, e che erano in cerca di alloggio e di lavoro (talvolta stagionale), cambiavano spesso il luogo di abitazione e di domicilio. Da ciò derivava, come è ad esempio attestato per il Vallese, una notevole mobilità, anche in regioni piuttosto piccole; il fenomeno rinvia pure all'esistenza di importanti reti sociali (amici, compagni), che vanno oltre i legami parentali.

Nel quadro dei Miti di fondazione, la vecchia storiografia nazionale sviz. assegnava ai contadini un ruolo guida; soprattutto quelli della Svizzera centrale erano considerati le forze trainanti verso la libertà e l'indipendenza, in alcuni casi perfino i fondatori di "Stati contadini". Questa ipotesi si scontra tuttavia con la mancanza di fonti che provino una partecipazione di spicco dei contadini nei movimenti com. del tardo ME; l'idea della nascita di Stati territoriali collettivo-contadini a carattere libertario-democratico è perciò oggi ritenuta superata. Perfino le comunità di valle attestate già nel XII e XIII sec. non erano comunità contadine egualitarie improntate a un interesse comune, ma erano invece guidate da poche, potenti fam. del luogo, mentre del resto della pop. non si sa quasi nulla. Anche nel processo che nel XIV e XV sec. portò alla nascita della Conf., sostenuto soprattutto dai cant. urbani, non compaiono gruppi contadini come fattori costitutivi di un nuovo assetto istituzionale.

La territorializzazione e i cambiamenti nell'agricoltura portarono, nel tardo ME, a un mutamento sociale accelerato e a tensioni accresciute nella struttura sociopolitica. Questi sviluppi da un lato si manifestano nei dissidi interni ai contadini o ai villaggi (conflitti d'uso, liti su confini ecc.), ma dall'altro si riflettono anche nelle dispute sulla (ri)definizione di diritti e doveri fra le diverse autorità territoriali (nobili, conventi, città) e singoli villaggi o intere zone (Siegel- und Bannerhandel, 1404; affare di Grüningen, 1441; Böser Bund nell'Oberland bernese, 1445-51; Friburgo, 1449-52; affare di Wädenswil, 1467-68, ecc.). Fra i poteri territoriali che si andavano rafforzando nella Conf. del XV sec. vanno evidenziati soprattutto i gruppi dirigenti di singoli cant. cittadini (Zurigo, Berna, Lucerna, più tardi anche Friburgo, Soletta o Sciaffusa) quali controparte di settori della pop. rurale. I conflitti non si possono tuttavia ridurre al contrasto città-campagna: essi vanno invece interpretati nell'ambito di un processo di intensificazione del potere che coinvolse in uguale misura le pop. urbane e rurali soggette; talvolta essi toccavano la vita quotidiana dei contadini (liti sulle decime), ma spesso ruotavano anche attorno a diritti e libertà di villaggi o di intere zone. Poiché le ribellioni erano spesso legate agli interessi di un'élite rurale-contadina, la loro definizione nei termini di Rivolte contadine spesso non è completamente adeguata.

Nella Conf. del tardo ME molti conflitti (affare Amstalden, 1478; affare Waldmann, 1489; sacco del convento di Rorschach, 1489, ecc.) ebbero una caratteristica di rilievo: gruppi dirigenti urbani e rurali si assicuravano aiuto reciproco contro i sudditi irrequieti. La Convenzione di Stans (1481) è una testimonianza efficace di come l'élite politica, nei cant. sia rurali sia urbani, cercasse appunto di far fronte comune contro i disordini. Verso la fine del XV e all'inizio del XVI sec. la territorializzazione, l'intensificazione del potere e la differenziazione sociale, unite alla specializzazione e capitalizzazione dell'agricoltura, accrebbero il potenziale conflittuale delle campagne e aggravarono la lotta per le risorse, che ad esempio negli anni 1513-16 scoppiò in diverse località (affare di Köniz, "guerra delle cipolle" a Lucerna, "guerra del panpepato" a Zurigo).

Epoca moderna

In Svizzera la società dell'epoca moderna era sostanzialmente agraria. I tre quarti ca. della pop. vivevano, in tutto o in parte, di agricoltura; contadini erano definiti quei produttori agricoli indipendenti in grado di mantenere se stessi e la propria fam. con i proventi del loro podere. In una descrizione più differenziata della struttura sociale rurale, nelle zone a campicoltura si distinguevano, in base ai terreni e agli equipaggi di animali da tiro posseduti, i contadini proprietari da tutti coloro - piccoli e piccolissimi contadini, artigiani e lavoratori a domicilio - che non potevano vivere esclusivamente di agricoltura. Il termine stesso, in quanto sinonimo di "ab. del contado", distingueva la pop. rurale da quella di città o dal signore: nella vecchia Conf., cant. rurali esclusi, gli ab. della campagna erano soggetti a principi o ad autorità cittadine e in quanto tali non partecipavano al potere politico.

A plasmare la società rurale-contadina concorrevano i fattori naturali locali, il clima e le intemperie nonché fattori sociali, giur.-politici ed economici (pop., struttura sociale, Ordinamento agrario, tributi e possedimenti, dimensioni delle fattorie, manodopera presente, congiuntura agricola, inserimento in mercati, comunicazioni, tecnologia agraria). Sulla base di criteri diversi (produzione, insediamento, uso del terreno, integrazione nel mercato, oneri feudali) la ricerca ha cercato di fornire modelli per la descrizione delle Zone agrarie della vecchia Svizzera: fascia cerealicola nell'Altopiano, zona ad economia agricola mista in zone periferiche piuttosto elevate dell'Altopiano e del Giura e di alcune aree prealpine, fascia pastorizia prealpina e nordalpina, zona centroalpina.

La rappresentazione dei lavori agricoli dei mesi di luglio e ottobre in un calendario dei mesi inciso all'acquaforte attorno al 1660 da Conrad Meyer (Zentralbibliothek Zürich, Graphische Sammlung und Fotoarchiv).
La rappresentazione dei lavori agricoli dei mesi di luglio e ottobre in un calendario dei mesi inciso all'acquaforte attorno al 1660 da Conrad Meyer (Zentralbibliothek Zürich, Graphische Sammlung und Fotoarchiv).

La base dell'esistenza dei contadini continuava a essere il possesso di una fattoria, gestita nella forma già descritta dell'"economia fam. contadina". Dal momento che le rese erano generalmente scarse e soggette a forti oscillazioni, scopo dell'attività contadina era una produzione per quanto possibile stabile e sicura, che coprisse il fabbisogno fam. Nel susseguirsi delle generazioni alla guida delle fattorie si possono distinguere, idealmente, due forme di diritto successorio: la trasmissione indivisa a un solo erede, praticata in certe zone dell'Altopiano oggi comprese nei cant. Friburgo, Berna, Argovia e Lucerna, e il diritto ereditario fondamentalmente uguale di tutti gli eredi (divisio totalis), prevalente ad esempio nella Svizzera orientale e nei territori degli odierni cant. di Basilea Campagna, Ginevra, Grigioni, Vallese e Ticino. Nella prassi, la successione risultava un processo complesso, dipendente da sistemi successori e comportamenti matrimoniali di tipo locale e fam. La divisio totalis facilitava la ripartizione ed era favorita dal fatto che spesso i vincoli di signoria fondiaria gravanti sulla proprietà contadina erano scarsi o inesistenti; a sua volta, però, favoriva una frammentazione dei terreni posseduti, favorendo così la svalorizzazione sociale e il declassamento al ceto dei piccoli e piccolissimi contadini.

Soprattutto nelle zone caratterizzate da villaggi compatti e dall'avvicendamento triennale (Avvicendamento delle colture), i contadini erano inseriti in un sistema com.-collettivo di cooperazione e coordinamento vicinale. Il com. regolamentava la convivenza dei vicini e l'utilizzo collettivo di campi e beni comuni, svolgeva funzioni di politica signorile e difendeva gli interessi dei propri membri nei confronti dell'autorità. Nelle zone dove prevalevano fattorie isolate o insediamenti sparsi si svilupparono forme organizzative di tipo corporativo-com., contraddistinte, rispetto alla comunità di villaggio, da una concentrazione di funzioni più ridotta e dall'attribuzione dei diversi compiti normativi e operativi a più org. collettive (per esempio consorzi di gestione dei beni comuni, di boschi o di alpeggi, com. giurisdizionali, comunità di valle). L'appartenenza al com. comportava doveri, ma era anche l'unica via attraverso la quale era possibile l'uso dei beni comuni; in età moderna, visto il loro sfruttamento eccessivo da parte di piccoli e piccolissimi contadini sempre più numerosi, molti com. restrinsero tale uso aumentando con appositi decreti le tasse di ammissione alla cittadinanza.

Nel corso del tardo ME e del XVI sec. molti contadini ottennero i fondi in enfiteusi, se non addirittura la piena proprietà. Nelle zone maggiormente vincolate all'autorità signorile (dove quindi, rispetto alle regioni alpine e prealpine, era meno spinta la defeudalizzazione), i signori fondiari, i signori giustizieri, i titolari di decime e le strutture statali esigevano una quota, molto diversa a seconda delle regioni, ma talvolta notevole, dei proventi del lavoro contadino, sotto forma di censi in denaro e in natura, di decime e imposte; l'agricoltura era, fra l'altro, il pilastro maggiore delle finanze statali. Nei cant. cittadini e nei territori dei principi la sudditanza dei contadini e in genere della pop. rurale si esprimeva anche nella dipendenza economica e politica dalla città o dalla signoria (privilegi per l'economia urbana, mercato urbano dei capitali, obbligo del contado al servizio militare, sua partecipazione politica ampiamente carente). Nella mentalità urbana, la pretesa di una superiorità culturale e politica si manifestava nello sminuire i contadini con stereotipi su caratteristiche presunte che riflettevano la precarietà delle condizioni materiali, lo stato di oppressione politica o la scarsa formazione degli ab. delle campagne (il contadino tonto, lento di comprendonio e rozzo). A fare da contraltare, vi era però anche la figura letteraria del contadino sveglio e scaltro, di un'astuzia proverbiale, che a dispetto della situazione e del ceto fa trionfare il suo diritto e il suo onore su persone di rango superiore. L'immaginario collettivo delle élite colte aristocratico-borghesi stilizzò più volte i contadini anche a guide ideali di movimenti riformistici: ne sono esempio i contadini "arguti" della propaganda riformatrice oppure i "contadini-filosofi" del XVIII sec., destinatari e recettori dei programmi illuministici di riforma agraria.

Nei rapporti con l'autorità, strutturati in forma asimmetrica, i contadini assumevano un ruolo attivo. L'idea di un potere giusto e la sensibilità giur. orientata all'equità e alla consuetudine li faceva ritenere legittimati a proteste e resistenze contro restrizioni, innovazioni e oneri iniqui imposti dalla signoria. Nella vecchia Conf. le rivolte rurali e i movimenti contadini di resistenza - guerra dei Contadini (1525, 1653) - si rivolsero spesso, richiamandosi alle tradizioni giur. com. e alle libertà tramandate, soprattutto contro le misure volte a intensificare il potere delle giovani strutture statali. Attraverso diverse cariche (luogotenenti del balivo, pres. del com., giurati, sorveglianti dei pubblici costumi, fabbricieri ecc.), i contadini erano spesso inseriti nell'amministrazione statale ed ecclesiastica locale, e costituivano un collegamento fra autorità e società rurale; non si possono trascurare, perciò, i contatti di mediazione e le forme della necessaria cooperazione che si stabilirono - nonostante gli antagonismi fra autorità e sudditi - grazie alle profonde conoscenze locali di questi ultimi e allo scarso grado di sviluppo dell'amministrazione statale. Le tensioni e gli squilibri interni alla società rurale si manifestarono in tutta una serie di dispute fra contadini proprietari e Tauner, oppure fra membri della comunità e dimoranti per l'accesso all'uso delle scarse risorse.

Nelle campagne la dinamica degli sviluppi demografici, sociali ed economici presentava disparità regionali. Fra il 1500 e il 1800 la pop. aumentò nella maggior parte delle regioni rurali (più nel XVI e XVIII sec. che nel XVII), nelle zone non alpine molto di più che nella maggior parte di quelle alpine. Dal confronto fra densità demografica e tassi di accrescimento emerge la diversità di potenziale delle zone agrarie. Fino al XVII sec. la crescita si basò prevalentemente sulla trasformazione estensiva dell'agricoltura, in seguito, invece - dapprima nelle aree prealpine, nel XVIII sec. anche in altre regioni - sulle nuove fonti di sostentamento offerte in campo non agrario dall'industria domestica (Protoindustrializzazione). L'aumento della produttività, spec. nella campicoltura, divenne dopo la metà del XVIII sec. un tema centrale delle proposte di riforma avanzate dai "patrioti economici" e dalle soc. economiche; diversamente dalle successive riforme agrarie dell'Elvetica e del XIX sec., tali proposte rimasero nel quadro dell'ordinamento statale e sociale esistente, e pertanto spesso trovarono fra i contadini un'accoglienza solo tiepida.

Nella società agraria sviz., caratterizzata da piccoli e medi contadini, i grandi possedimenti restavano rari. Durante l'epoca moderna la spinta demografica generale provocò una frammentazione dei poderi, il regresso percentuale dei contadini proprietari e la crescita di un'ampia fascia di piccoli o piccolissimi contadini che possedevano terra o bestiame in misura ormai insufficiente al sostentamento di una fam. (Indebitamento agricolo). La percentuale di questi piccoli e piccolissimi contadini rispetto alla pop. rurale globale oscillava, secondo le regioni, dal 50% ca. a quasi il 90% dei fuochi, mentre le fam. dei contadini proprietari difficilmente rappresentavano più del 25% della pop. rurale. Le differenze sociali erano visibili per molti aspetti. Le fattorie dei contadini proprietari si spartivano la maggior parte della superficie utile, disponevano di propri equipaggi da tiro, assumevano Tauner o domestici, avevano la quota maggiore dei diritti d'uso sui beni comuni e potevano, perfino in periodi di crisi, commercializzare parte dei loro prodotti. I piccoli e piccolissimi contadini, viceversa, dal momento che erano privi di equipaggi da tiro dovevano dipendere per l'aratura dall'aiuto dei contadini proprietari; inoltre, non avevano praticamente lavoranti e dovevano ricorrere, per una parte del loro fabbisogno alimentare, al mercato o all'acquisto diretto presso i contadini proprietari. Questi ultimi erano tendenzialmente più presenti nelle strutture autonome com. e nell'amministrazione statale locale, mentre Tauner, artigiani rurali e lavoratori a domicilio erano sottorappresentati. Le cariche più influenti restavano per generazioni appannaggio di poche fam. di notabili del luogo (contadini proprietari, osti, mugnai). I fuochi che potevano contare solo su un ridotto possesso di terra trovavano redditi aggiuntivi e accessori nel servizio presso altri contadini, nell'artigianato rurale o nel piccolo commercio.

L'estendersi dell'industria domestica (soprattutto tessile) nelle campagne aprì, dal XVI e XVII sec., nuove opportunità lavorative, in gran parte indipendenti dalla proprietà fondiaria, a questi gruppi della società rurale. Ciò consentì, spec. nelle aree piuttosto elevate (sfavorevoli alla campicoltura) della cosiddetta "economia agricola mista", dove vigevano norme sul domicilio e sulla produzione meno rigorose che nella fascia cerealicola, una forte crescita demografica ed economica, che cominciò a modificare anche la suddivisione in ceti della società rurale (Oberland zurighese, campagna basilese, Appenzello Esterno, Glarona, Toggenburgo, Alta Argovia). Dal XVI sec. la commercializzazione e la monetizzazione - senza che tuttavia si registrasse l'incremento demografico tipico delle zone dedite all'industria domestica - segnarono l'agricoltura e la società rurale anche là dove i contadini si specializzarono, a spese della cerealicoltura, nell'allevamento da carne e da latte e nell'esportazione di bestiame e formaggi (per esempio Gruyère, Saanen, Emmental). Nella seconda metà del XVIII sec., infine, anche nelle zone a campicoltura prese avvio una ristrutturazione radicale dell'agricoltura (Rivoluzione agricola). I sovvertimenti che si produssero nel XVIII sec. tra la pop. rurale furono un presupposto importante per il processo di decollettivizzazione e privatizzazione delle proprietà avviato nel 1798: processo a cui prese parte attiva, non da ultimo, un ceto alto rurale-contadino ormai politicamente emancipato e rappresentato.

XIX e XX secolo

La scala sociale nel cantone di Appenzello Esterno, secondo un acquerello caricaturale di Johann Ulrich Fitzi, 1825 ca. (Historisches und Völkerkundemuseum St. Gallen)
La scala sociale nel cantone di Appenzello Esterno, secondo un acquerello caricaturale di Johann Ulrich Fitzi, 1825 ca. (Historisches und Völkerkundemuseum St. Gallen) […]

Nella società moderna i contadini sono documentati relativamente bene sul piano statistico, mentre lo studio della loro storia sociale e culturale è ancora agli inizi e il loro ruolo politico è spesso distorto. Maggiore attenzione meritano, in particolare, le spinte della modernizzazione (imposta o voluta?) e l'atteggiamento ambivalente verso lo Stato (conservatorismo o ribellione) e verso il progresso ("eterno contadino" o adattamento alla società industriale).

Famiglia di contadini-artigiani a Grabs nel 1944 (Gretler's Panoptikum zur Sozialgeschichte, Zurigo).
Famiglia di contadini-artigiani a Grabs nel 1944 (Gretler's Panoptikum zur Sozialgeschichte, Zurigo). […]

Come conseguenza della specializzazione sociale, nel XIX e XX sec. si intendono per contadini i capiazienda indipendenti, attivi in Aziende familiari rurali che producono alimenti primariamente per il mercato; contadine sono le loro mogli, che oltre a gestire la casa e a collaborare nell'azienda di solito provvedono anche all'allevamento di bestiame minuto e alla produzione di ortaggi. In Svizzera rientrano nella categoria dei contadini praticamente tutti i capiazienda, dal momento che la grande proprietà terriera è sempre stata praticamente inesistente; poteva sussistere un forte divario sociale, tuttavia, fra i grandi contadini e i Contadini-operai, i cui poderi, di ridotte dimensioni, continuavano ad essere gestiti dalle proprie fam.

Nel XIX e XX sec. si possono distinguere quattro periodi di storia contadina. Sull'onda della rivoluzione agraria e dei sommovimenti politici, nei primi due terzi del XIX sec. i contadini si affrancarono dalle strutture tradizionali, caratterizzate da residui feudali e norme collettive; concetti-chiave in tal senso sono l'individualizzazione economica e l'uguaglianza politica. Nel periodo tra gli anni 1870-80 e la prima guerra mondiale i contadini, sotto le pressioni economiche del mercato intern., e reagendo a una società industriale in espansione, si integrarono in una categoria professionale organizzata, che cercava di acquisire incisività in una società divenuta pluralistica. Fra la prima guerra mondiale e la fine della seconda essi godettero di una reputazione sociale fino ad allora mai raggiunta, ma sul piano economico si posero sempre più su posizioni difensive. Dopo il secondo conflitto mondiale, in parallelo alla rivoluzione tecnico-economica dell'agricoltura, per molti aspetti sono stati emarginati.

L'evoluzione economico-sociale

Dal XVIII sec. la graduale scomparsa degli oneri feudali facilitò l'individualizzazione della produzione alimentare, che nel corso del XIX sec. si adattò rapidamente alle esigenze mutevoli del mercato (come mostra bene ad esempio la diffusa conversione dalla campicoltura all'allevamento verso la fine del sec.). I contadini si specializzarono sempre più nei prodotti commercializzabili o la cui coltivazione, nel XX sec., era organizzata in misura crescente da organi statali. Un numero sempre maggiore di competenze artigiane (produzione e manutenzione di attrezzi da lavoro, materiali accessori, sementi ecc.) si trasferì dall'azienda contadina a imprese artigiane specializzate. Rami produttivi centrali nell'economia di autoapprovvigionamento, come la coltivazione di frutta e verdura o l'allevamento di animali da cortile, persero temporaneamente importanza; solo nel periodo tra le due guerre queste attività, svolte prevalentemente da contadine, vennero rivalutate a conseguenza della crisi che colpì l'allevamento da carne e da latte. La specializzazione in alimenti per il mercato rese sempre più i contadini persone "attive professionalmente" in senso moderno.

Nel quadro dello sforzo delle autorità statali per aumentare il grado di autosufficienza nazionale e per promuovere l'autoapprovvigionamento delle aziende contadine, la formazione professionale dei contadini e delle contadine assunse un rilievo notevole. Se nel periodo tra le due guerre si trattò soprattutto di fornire nuovamente le nozioni di campicoltura perse durante il processo di specializzazione, nel dopoguerra l'aumento della meccanizzazione e dell'uso di sostanze chimiche spostò sempre più l'accento della formazione contadina sulle conoscenze naturalistiche.

Il passaggio dai contadini tradizionali, orientati all'autoapprovvigionamento, ai contadini moderni, orientati al mercato, si realizzò tuttavia con ritmi molto diversi da regione a regione. Nelle valli alpine interne dei Grigioni e del Vallese l'economia di sussistenza si mantenne fin dopo la seconda guerra mondiale, mentre nelle zone collinari prealpine la campicoltura era già scomparsa negli anni a cavallo del 1900; se nell'Altopiano si incontravano varie forme miste, elementi dell'economia di sussistenza sopravvissero più a lungo nelle zone della cosiddetta "rotazione triennale migliorata" (Svizzera settentrionale da Sciaffusa a Basilea Campagna). In che misura e con che rapidità i contadini assunsero, in questo processo, modi di pensare e di agire imprenditoriali, è difficile stabilire: certo è che anche la loro posizione sociale nell'ambito della società industriale si andò accentuando: quanto più i contadini come "imprenditori" razionalizzavano le aziende nel processo di modernizzazione, tanto più dovevano anche, come "lavoratori", tradurre in atto da soli le proprie decisioni.

All'inizio del XIX sec. i contadini costituivano ancora la maggioranza della pop. L'industrializzazione, tuttavia, portò a una loro graduale emarginazione e anche nel XX sec. il numero complessivo delle loro aziende continuò a ridursi fortemente: dalle quasi 250'000 aziende (escluse le piccolissime) registrate nel 1905 con il primo censimento delle aziende, entro la seconda guerra mondiale si scese lentamente a poco più di 200'000 e più tardi, entro il 1990, rapidamente a ca. 90'000 (per i due terzi ancora utilizzate dal capoazienda come fonte principale di entrate). Questa svolta strutturale interessò quasi esclusivamente le aziende che disponevano di un terreno coltivabile inferiore ai dieci ettari; nel dopoguerra il numero di quelle attive su superfici maggiori subì perfino un aumento. L'emarginazione degli occupati nel settore agrario - che dal 65% ca. dell'intera pop. attiva nella prima metà del XIX sec. erano scesi a poco più del 4% nel 1990 - coinvolse i contadini stessi, del resto, in misura molto minore che non i loro domestici o i membri della loro fam.

Personale delle aziende agricole secondo la loro collocazione sociale 1929-2000

AnnoUomini   Donne   
 Membri della famigliaEsterni alla famigliaTotaleMembri della famigliaEsterni alla famigliaTotale
 A capo dell'aziendaAltri  A capo dell'aziendaAltre  
1929355 502a 93 377448 879308 987a 26 926335 913
1939220 940151 007105 508477 45523 523303 21631 686358 425
1955195 794108 82778 388383 00914 900247 82125 752288 473
1965154 09881 82039 357275 2758 316156 68314 477179 476
1975127 31566 75324 404218 4725 811124 49510 273140 579
1980119 82359 41024 361203 5945 451111 11011 740128 301
1990102 55345 17619 001166 7305 74383 6694 14493 556
2000b74 72426 96127 476129 1612 34661 94610 34074 632
 (in percentuali)
192979,2%a 20,8%100%92,0%a 8,0%100%
193946,3%31,6%22,1%100%6,6%84,6%8,8%100%
195551,1%28,4%20,5%100%5,2%85,9%8,9%100%
196556,0%29,7%14,3%100%4,6%87,3%8,1%100%
197558,3%30,5%11,2%100%4,1%88,6%7,3%100%
198058,8%29,2%12,0%100%4,2%86,6%9,2%100%
199061,5%27,1%11,4%100%6,1%89,4%4,5%100%
2000b57,8%20,9%21,3%100%3,1%83,0%13,9%100%

a Nessuna differenziazione tra donne a capo dell'azienda e altre.

b Con il censimento delle aziende del 1996 l'UST ha introdotto i requisiti minimi per un'azienda agricola. Rispetto al 1990, sono state escluse dal conteggio ca. 13'000 aziende, soprattutto piccole aziende o aziende con persone impiegate a tempo parziale.

Personale delle aziende agricole secondo la loro collocazione sociale 1929-2000 -  Brugger, Hans: Die schweizerische Landwirtschaft 1914 bis 1980, 1985, p. 88; Ufficio federale di statistica

Sull'onda di questi sviluppi, l'azienda contadina divenne in misura sempre più spiccata - spec. dopo la seconda guerra mondiale, quando la servitù fu sostituita da macchinari - un'azienda fam. Se nel XIX sec. la comunità di villaggio aveva ancora un ruolo essenziale, nel XX sec. tale ruolo passò alla fam. (intesa dapprima in senso lato, dopo la seconda guerra mondiale sempre più come nucleo unifam.); raggruppamenti fondiari e trasferimenti di fattorie al di fuori dei villaggi resero completamente dominante il tipo insediativo della fattoria isolata. Nel XX sec. si allargò maggiormente il divario fra i contadini di pianura e quelli di montagna, che, potendo mettere a frutto in misura ridotta il progresso tecnico, costituirono perciò a partire dal periodo interbellico un "caso speciale" per la politica agraria; nonostante misure statali di aiuto particolari, in Svizzera i contadini di montagna divennero il simbolo stesso della povertà, per quanto nel contempo fossero trasfigurati a incarnazione della genuina elveticità.

Avviati alla fine del XIX sec. spec. da ambienti borghesi, gli sforzi per rendere omogenea e definire ex novo la cultura "contadina" puntarono - attraverso la fondazione delle ass. fed. di lotta sviz. (1895), di hornuss (1902) e di jodel (1910) e con il movimento per il recupero dei costumi sviz. tradizionali (1926) - da un lato a integrare i contadini nello Stato nazionale sviz., dall'altro a fornire loro, in una certa misura, una sorta di compensazione per la perdita del loro tradizionale mondo culturale, provocata da quella modernizzazione capitalistica che li stava trasformando da "coltivatori/allevatori" in "gestori del suolo".

L'importanza politica dei contadini

Nelle rivoluzioni liberali della prima metà del XIX sec., i contadini ebbero ancora un ruolo attivo e decisionale del tutto marginale. Verso la fine del sec., tuttavia, la crisi agraria e la crescente consapevolezza di appartenere a una minoranza li stimolarono a organizzarsi e a comparire con una coscienza di sé sempre maggiore. La nascita delle Leghe contadine, da collocare nell'ambito del movimento democratico, permise ai contadini di far sentire per la prima volta la loro voce nel dibattito politico attraverso proprie org. indipendenti. Tuttavia, solo nel 1897 divennero un fattore realmente importante sul piano politico, quando gli sforzi organizzativi di un'élite agraria culminarono nella fondazione della Lega svizzera dei contadini (LSC); a lungo segretario di quest'ultima, l'influente Ernst Laur (soprannominato "Bauernführer"), riuscì anche a renderli sempre più consapevoli di costituire una "classe contadina" unitaria.

La coalizione agrario-borghese, determinante per la politica interna sviz. del XX sec., si formò a cavallo del 1900 intorno alla questione dei dazi protettivi, introdotti in Paesi vicini già negli anni 1870-90. Laur e la LSC, grazie alla loro politica di ammodernamento in materia di economia aziendale, seppero convincere anche ambienti del liberalismo economico a una politica doganale moderatamente protezionistica. La sinistra, praticamente non ancora integrata nel sistema politico sviz., con la sua scelta senza compromessi del libero scambio diede un contributo essenziale alla nascita dell'alleanza, che, confermata nella prima guerra mondiale e poi cementata durante lo sciopero generale, nel 1929 si realizzò a livello partitico con l'elezione a Consigliere fed. di Rudolf Minger, rappresentante del partito dei contadini, degli artigiani e dei borghesi (oggi Unione democratica di centro).

Una prima scossa seria nella coalizione agrario-borghese si verificò negli anni 1930-40, soprattutto perché i suoi atteggiamenti di fondo in materia di politica economica divennero sempre meno conciliabili. L'opzione di una collaborazione fra lavoratori organizzati e classe contadina parve possibile quando almeno parti delle org. contadine si trovarono coinvolte in misura decisiva, all'interno del Movimento delle linee direttrici, nella creazione di un'alternativa seria al governo borghese sul piano fed.; quegli sforzi, tuttavia, finirono con il fallire. Nel dopoguerra tornò ampiamente in gioco il blocco agrario-borghese, la cui Politica agraria, concretizzatasi nella legge sull'agricoltura del 1952, fu inizialmente sostenuta quasi senza riserve anche dai socialisti.

Nell'attuazione della politica agraria, concepita quasi esclusivamente a livello fed., ebbero un ruolo centrale i cant. e soprattutto le maggiori ass. agricole (fra cui ad esempio l'Unione centrale dei Produttori svizzeri di latte, incaricata dalla Conf. di eseguire il contingentamento del latte fra le singole aziende). I contadini, che non seguirono compatti le indicazioni di voto delle loro ass. né nella votazione sulla legge del 1952 né in quelle su temi specifici come lo zucchero (1948) o la produzione di latte (1960), nel dopoguerra furono associati in modo particolarmente stretto alla politica agraria statale quando determinate funzioni parastatali furono trasferite alle loro org. (Cooperative agricole, ass. zootecniche ecc.).

Già nella fase preliminare della legge sull'agricoltura ambienti del liberalismo economico avevano espresso contro il sostegno dei prezzi, tanto importante per i contadini, critiche che acquisirono un peso sempre maggiore negli anni 1960-70. Unite sia al fatto che dagli anni 1970-80 soprattutto le ass. ambientaliste chiedevano un'agricoltura più estensiva, sia all'impegno - assunto dalla Svizzera alla fine degli anni 1980-90 nel quadro del GATT - di abolire il sostegno dei prezzi e di liberalizzare il commercio agrario, all'inizio degli anni 1990-2000 tali critiche condussero, nonostante il parere contrario di gran parte dei contadini e dei loro rappresentanti, a un nuovo orientamento nella politica agraria statale (abolizione dei sostegni dei prezzi e delle sovvenzioni all'esportazione, potenziamento dei pagamenti diretti indipendenti dalla produzione e legati a compiti ecologici).

La politica agraria statale non ebbe quale effetto solo quello di consentire a parte dei contadini di sopravvivere nel settore agrario: almeno fin dalla prima guerra mondiale essa fu orientata in misura crescente anche agli interessi economico-alimentari dell'insieme della società, che aveva assunto un'impronta industriale, e nel contempo accelerò il processo di emarginazione dei contadini nella realtà moderna. Per queste ragioni vi sono sempre stati, nelle realtà contadine, anche raggruppamenti di opposizione interessati, più che a influenzare le scelte della politica agraria statale, a combatterne gli effetti a medio-lungo termine (per esempio l'Uniterre o l'Associazione svizzera per la difesa dei piccoli e medi contadini). Il tema al centro dell'opposizione contadina è il contrasto di principio, e fondamentalmente insanabile, tra la società moderna dello sviluppo e quel mondo agricolo che una parte dei contadini voleva conservare, anche se ostacolava lo slancio espansionistico dell'industria e dei servizi.

Ideologia del ceto contadino dal XV al XX secolo

Si può definire "ideologia del ceto contadino" l'idea per cui le nobili virtù e l'energia politica dei contadini avrebbero avuto una responsabilità particolare nel processo che portò alla nascita della Conf.: idea documentabile per la prima volta verso la fine del ME, quando fu usata per legittimare un'argomentazione sul diritto effettivo al potere acquisito. Con la progressiva statalizzazione della Conf. nel XV sec. e in parallelo agli sforzi imperiali di centralizzazione compiuti sotto Massimiliano I, si crearono ripetute divergenze sullo status del sistema di alleanze conf. Al confronto politico e militare corrispose una lotta ideologica, in cui fu coinvolta soprattutto la figura del contadino (pur). Riferendosi all'ordinamento dei "Tre stati", che attribuiva alla nobiltà il compito di comandare e ai contadini quello di servire, spec. alcuni umanisti filoimperiali diffamarono le élite politiche della Conf. come "contadini malvagi" (böse puren), che avrebbero usurpato il potere violando l'ordinamento divino naturale. A tale critica i Conf. risposero con l'immagine dei "pii e nobili contadini" (frumen edlen puren): la legittimazione del fatto che detenessero il potere era data dall'avere abbattuto, a suo tempo e con l'aiuto di Dio, la signoria tirannica dei nobili, di cui erano quindi i legittimi successori. Da questa lotta in punta di penna scaturirono libelli e i cosiddetti canti popolari storici; l'ideologia della legittimazione era sostenuta dalle élite politiche della Conf. Il divario fra ideologia contadina e struttura del potere si manifestò in rivolte rurali come quelle del 1478 (affare Amstalden) o degli anni 1513-15 (nelle campagne di cant. urbani importanti quali Berna, Soletta, Lucerna e Zurigo).

Il dilemma connesso con l'ideologia contadina della libertà si presentò con nuove forme durante la Riforma: ad esempio nella politica di Zwingli, che nel suo piano di spedizione contro gli Asburgo e i cant. catt. (1526) fece assegnamento sulla mobilitazione politico-ideologica dei contadini, ma che nel patto di comborghesia con Berna (1528) dovette premunirsi contro pretese contadine nelle terre soggette ai cant. urbani. Il modello della Conf. "libertario-contadina" esercitò la sua forza di attrazione anche sui contadini a nord del Reno e del lago di Costanza, dalla Bundschuh di Hegau (1460) alla guerra dei contadini (1525), per legittimare sul piano ideologico le azioni di rivolta: ai contadini ribelli, che speravano in miglioramenti politici ed economici, si contrapponevano i nobili della Germania meridionale, timorosi di un "insvizzerimento". Ma la confusione fra "ideologia" e "verità" sociopolitica ebbe conseguenze tragiche: quando i capi della Lega di Hegau cercarono rifugio presso i Conf., ritenendoli contadini alleati, le forze al potere nella Conf. li fecero invece estradare o addirittura giustiziare.

Attualmente la ricerca riconosce il contenuto ideologico dell'immagine contadina medievale, e considera superata l'idea che la Conf. sia scaturita da una cultura pastorale della Svizzera centrale (Popolazioni pastorali), si sia distinta dall'esterno per una particolare coscienza nazionale contadina e debba la sopravvivenza dello "Stato di contadini" alla straordinaria forza d'urto dei pastori-guerrieri sviz.

Ernst Laur, professore al Politecnico federale di Zurigo e primo segretario della Lega svizzera dei contadini. Fotografia di Hans Staub, 1935 ca. (Fotostiftung Schweiz, Winterthur) © Fotostiftung Schweiz.
Ernst Laur, professore al Politecnico federale di Zurigo e primo segretario della Lega svizzera dei contadini. Fotografia di Hans Staub, 1935 ca. (Fotostiftung Schweiz, Winterthur) © Fotostiftung Schweiz.

Dopo la scoperta dei pastori sviz. come simbolo della nobiltà e delle origini - sull'onda di un entusiasmo per le Alpi e per la Svizzera molto diffuso nell'Europa del XVIII sec. e dopo l'invenzione letteraria della vita libera nella "terra di pastori" sviz., fra cui spicca il Guglielmo Tell di Schiller e la sua creazione di una Svizzera quale "popolo di pastori" - spec. nella seconda metà del XIX sec. l'immagine idealizzata e idillizzata del contadino e del pastore divenne il prototipo dello Svizzero liberale e democratico. La storiografia nazionale e gli autori di testi scolastici, ricorrendo all'immagine trasfigurata del pastore-guerriero medievale, contribuirono in misura decisiva alla costruzione di un'immagine contadina che si poteva proiettare in vari modi nel discorso nazionalpatriottico: lo Svizzero autentico e puro era in sostanza un contadino moralmente integro, organizzato in una Chiesa cristiana, antisocialista e contraddistinto dalla volontà di difendere la nazione. I contadini apparivano come fonte fisica e spirituale originaria dello Stato moderno; le città, l'industria e la classe operaia erano sfumate oppure percepite come "diaspora contadina" (Emil Dürr).

La LSC (fondata nel 1897), il blocco borghese (informale dal 1902, formalizzato nel 1919) e i contadini stessi collaborarono in misura sostanziale alla diffusione di tale ideologia, che toccò l'apice ai tempi della Difesa spirituale. Con la campagna nazionale del Piano Wahlen, in cui si celebrava la necessità materiale dell'agricoltura, il prestigio sociale dei contadini giunse al culmine. Il motto era "difendere il Paese coltivando la terra" e l'opinione del segr. della LSC, Ernst Laur, per cui "il potenziale militare di un Paese riposa sulla classe contadina", divenne una componente importante dell'ideologia di affermazione nazionale. Il Villaggio sviz. allestito per l'Esposizione nazionale sviz. (Landi) del 1939, il film dello stesso anno Il fuciliere Wipf (dal romanzo omonimo di Robert Fäsi) e il romanzo di Meinrad Inglin Schweizerspiegel (1938) esprimevano appunto quello "spirito della Landi". Dopo la seconda guerra mondiale i contadini, per quanto fossero ancora elogiati come "nerbo della nazione", persero gradualmente importanza nella società; la massiccia sopravvalutazione ideologica lasciò spazio provvisoriamente a un giudizio più sobrio e la "cultura contadina" perse parte della forza di attrazione che in precedenza esercitava su ambienti non contadini. Tuttavia, l'emarginazione postbellica dei contadini non intaccò di molto, nel complesso, la mentalità per cui "l'indole sviz. è un'indole contadina"; la Svizzera continuò a essere vista, non solo dall'esterno, come Paese di mucche e contadini. Anche nei discorsi politici interni l'evocazione delle presunte radici contadine dello Stato sviz., così come il ricorso a valori contadini apparentemente antichissimi (salute, legame con la natura, consapevolezza della tradizione, attaccamento alla terra d'origine), suscitava ogni volta consensi e serviva soprattutto da modello a movimenti reazionari populisti. Anche il dibattito sugli effetti ecologici dell'eccezionale crescita economica postbellica, risalente agli anni 1970-80, ha riportato al centro delle aspettative sociali i contadini, in quanto proprietari e amministratori di una parte importante di ciò che si percepiva come "natura". Una ricerca politologica dei primi anni 1990-2000 è giunta a concludere che, anche se i contadini rappresentano il 4% della pop. sviz., il 40% degli Svizzeri si potrebbe definire "contadino mentale".

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