de fr it

Rivolte contadine

L'espressione rivolte contadine indica movimenti collettivi di protesta e ribellione, in genere circoscritti a livello locale o regionale, del tardo ME e dell'epoca moderna, dovuti a tensioni sul piano sociale, economico, giur. e politico e a divergenze di interessi tra i ceti dominanti (Potere) e la pop. rurale (Contadini, classi popolari rurali) sottomessa (Conflitti sociali). Non è possibile distinguere nettamente tra forme di contestazione militanti e altri atti di resistenza collettivi (tra l'altro cause processuali, rifiuto di fornire prestazioni lavorative, di versare tributi e di rendere omaggio alle autorità), visto che i tumulti violenti rappresentavano di norma la fase culminante di un lungo processo, nel corso del quale forme conflittuali non violente si erano dimostrate inefficaci, e poiché anche in caso di sedizione aperta i rivoltosi ricorrevano pure a mezzi pacifici di lotta. Nelle fonti coeve il fenomeno era definito in maniera variegata. Mentre le autorità ricorrevano ai concetti di sommossa, insurrezione, sollevazione, ribellione e rivolta, i sudditi utilizzavano termini con un'accezione più neutrale e positiva come controversia, litigio o discordia. Le rivolte contadine si distinguono dai fenomeni di sedizione nei contesti urbani che coinvolgevano cittadini e corporazioni (Rivolte cittadine).

Storiografia

La storiografia sviz. si è occupata relativamente presto, sin dalla prima metà del XIX sec., delle rivolte contadine, concentrando il suo interesse non sulla guerra dei Contadini che ebbe luogo nella Germania meridionale e centrale nel 1525, ma sulla "grande guerra dei Contadini sviz." del 1653, e adottando a lungo una prospettiva vicina a quella delle autorità dell'epoca. Problematizzazioni moderne dell'inizio del XX sec., come quelle formulate da Hans Nabholz e Günther Franz, non ebbero seguito, così come l'approccio marxista adottato da Hans Mühlenstein nella sua storia della guerra dei contadini. Solo a partire dagli anni 1980-90 i nuovi approcci diffusisi all'estero (Yves-Marie Bercé, Roland Mousnier, Rodney Hilton) vennero recepiti in Svizzera (Peter Blickle, Andreas Suter).

Le rivolte contadine si verificarono nei Paesi soggetti della vecchia Conf. tra la fine del XIV e l'inizio del XIX sec. Il fenomeno interessò le aree sottoposte ai cant. urbani (Berna, Zurigo, Lucerna, Soletta, Friburgo, Sciaffusa, Basilea) e alle signorie ecclesiastiche (principato vescovile di Basilea, principato abbaziale di San Gallo), i baliaggi dei cant. a Landsgemeinde e dell'alto Vallese e i baliaggi comuni. Le rivolte si concentrarono in particolare in quattro periodi: il XV sec. (inclusi i conflitti per le pensioni del 1513-15 a Lucerna, Berna, Soletta e Zurigo); il periodo della Riforma (1523-32); gli anni 1640-60, con il momento culminante rappresentato dalla guerra dei contadini del 1653; e la fine del XVIII sec., una fase che si differenzia dalle precedenti poiché risulta già percepibile l'influsso della Rivoluzione francese. A Lucerna, Berna, Soletta e Basilea la guerra dei contadini rappresentò una cesura; dal 1653 fino alla fine del XVIII sec. infatti in questi territori non ebbero più luogo grandi rivolte contadine (ad eccezione di quelle scoppiate nella campagna lucernese all'epoca della seconda guerra di Villmergen).

Cause

All'origine delle rivolte contadine vi erano tensioni politiche, sociali ed economiche, prodotte da mutamenti strutturali in ambito demografico (aumento della pop.) ed economico (diffusione dell'economia monetaria), che determinavano un rapporto più sfavorevole tra la pop. e le risorse agricole disponibili e una crescente concorrenza per accaparrarsi queste ultime. Parallelamente in epoca moderna si assistette all'affermazione degli Stati territoriali (Signoria territoriale), che limitarono sempre più l'autonomia politico-giur. dei sudditi delle campagne e rivendicarono il controllo sulle risorse economiche e fiscali (istituzione di monopoli, imposte). Fattori scatenanti delle rivolte contadine tuttavia non erano tanto le effettive difficoltà materiali, quanto piuttosto la violazione delle norme consuetudinarie o le politiche arbitrarie delle autorità risp. imposte e prestazioni di servizio ritenute eccessive, che limitavano le possibilità di guadagno. Anche voci relative a eventi accaduti all'estero (conflitti sulle pensioni, 1513-15) o eventi festivi (sagre, carnevale) potevano catalizzare le tensioni accumulate e sfociare in movimenti di protesta (affare di Köniz del 1513).

Le principali richieste dei sudditi erano il rispetto di antichi diritti e libertà, l'ampliamento o il mantenimento dell'autodeterminazione economica, politica e giur., l'abolizione di nuovi tributi e obblighi e la revoca di pratiche amministrative e relative alle pensioni ritenute ingiuste. Le rivolte contadine avevano pertanto un carattere piuttosto difensivo; la rivendicazione di una partecipazione all'esercizio del potere, come in occasione delle sollevazioni della prima metà del XVI sec. e della guerra dei contadini del 1653, furono rare fino alla seconda metà del XVIII sec. Con la richiesta di abolire la servitù della gleba, le rivolte contadine del periodo della Riforma assunsero una valenza particolare, anche perché i sudditi, per legittimare la resistenza, non si appellarono più solo alle vecchie consuetudini, ma anche al diritto divino e al Vangelo. Nei restanti episodi di sedizione del tardo ME e dell'epoca moderna venne invece solo preteso il rispetto degli antichi diritti (lettere di franchigia, privilegi, impegni reciproci derivanti dai rapporti di potere sanciti con il giuramento). In diverse occasioni, e spec. durante la guerra dei contadini del 1653, gli insorti si richiamarono alle vecchie alleanze conf. e ai Miti di fondazione, attraverso i quali esprimevano il loro modello ideale - di matrice sia tradizionalista sia utopica e innovativa - di buon governo e ordine sociale. Prima della fine del XVIII sec., tuttavia, solo di rado (guerra dei contadini del 1653) si cercò di mutare concretamente i rapporti di potere esistenti, e mai in maniera veramente concreta.

Forme di conflitto e protagonisti

Se fattori irrazionali potevano avere un ruolo quale elemento scatenante delle rivolte contadine, queste ultime non furono comunque mai sollevazioni incontrollate e repentine, ma seguirono determinati schemi, legati al contesto culturale, consuetudinario, legislativo e politico e a calcoli strategici. Il ricorso concreto alla violenza rimase un fenomeno raro, che spesso assunse forme ritualizzate (scoperchiamento del tetto, violazioni di domicilio, immersione nelle fontane, taglio della barba), utilizzate per imporre la disciplina all'interno delle proprie file o contro i rappresentanti del potere. Ciò avveniva di solito solo quando non si riusciva ad affermare i propri interessi con metodi non violenti come le Doglianze e il rifiuto di pagare i tributi o di prestare il giuramento di fedeltà, oppure quando il potere ricorreva a sua volta alla forza.

Esecuzione dei capi della rivolta della Leventina nel 1755. Incisione pubblicata a Zugo attorno al 1758 da Johann Jost Hiltensperger (Zentralbibliothek Zürich, Graphische Sammlung und Fotoarchiv).
Esecuzione dei capi della rivolta della Leventina nel 1755. Incisione pubblicata a Zugo attorno al 1758 da Johann Jost Hiltensperger (Zentralbibliothek Zürich, Graphische Sammlung und Fotoarchiv). […]

I fenomeni di sedizione di regola si limitavano all'ambito locale (com., città soggette, baliaggi). Con l'eccezione della guerra dei contadini del 1653, i tentativi di dare vita a una mobilitazione ampia, solida, continua e organizzata che travalicasse i confini delle singole giurisdizioni non ebbero mai successo. Anche il connubio tra i cittadini dei capoluoghi urbani e la pop. rurale rimase un fenomeno isolato, limitato al tardo ME (affare Waldmann, 1489; sacco del convento di Rorschach, 1489), dato che in età moderna la crescente contrapposizione tra città e campagna (relazioni tra Città e campagna) impedì simili convergenze; solo durante l'insurrezione ginevrina del 1792 (Rivoluzioni ginevrine) la pop. cittadina e quella delle campagne si coalizzarono. Nel tardo ME i sudditi dei cant. urbani furono più volte sostenuti dai cant. a Landsgemeinde della Svizzera centrale (affare di Grüningen, 1441; Böser Bund nell'Oberland bernese, 1445-51; affare di Wädenswil, 1467-68). Se risulta difficile determinare l'origine sociale dei partecipanti alle rivolte, in maggioranza uomini, in alcuni casi è attestato il ruolo particolare svolto dalle Congreghe giovanili e dalle donne (rivolta dei Pétignats, 1726-40). Fino al XVIII sec. i capi delle rivolte provenivano dai ceti rurali medio-alti (contadini ricchi, osti, mugnai, perlopiù funzionari com. e ufficiali di giustizia e balivali). Attorno al 1525 alla testa delle sommosse figurarono anche ecclesiastici vicini alla Riforma.

Sotto l'influsso della protoindustrializzazione, dell'Illuminismo e della Rivoluzione franc., alla fine del XVIII sec. le rivolte contadine assunsero un nuovo carattere. Dopo il 1789 le sommosse crebbero rapidamente di numero e intensità, dapprima nelle regioni dedite all'industria a domicilio e alla viticoltura. Furono avanzate rivendicazioni quali la libertà di commercio e d'industria, l'equiparazione dei diritti politici tra città e campagna e l'eliminazione degli oneri fondiari feudali; tra i capi delle sollevazioni nelle campagne figurarono piccoli imprenditori non contadini (affare di Stäfa, 1794-95). Ad eccezione dell'insurrezione di Ginevra del 1792, questi movimenti terminarono con la vittoria delle autorità. Anche dopo l'abolizione dei rapporti di sudditanza, avvenuta nel 1798 in parte dietro pressione delle pop. soggette (Basilea, Vaud, basso Vallese), la resistenza nelle campagne continuò, e già nel 1799 si verificarono, sotto l'influsso del clero catt., rivolte contadine antifranc. e antielvetiche; dopo il 1801, una legislazione mutevole e spesso incoerente e in particolare la reintroduzione di censi e decime diedero adito a conflitti fra la pop. rurale e il governo (rivolta dei Bourla-Papey, 1802).

Esiti

In molti casi le ribellioni contadine terminarono con una mediazione dei cant. conf. o della Dieta fed. e con la stesura di un accordo scritto che sanciva il quadro giur. esistente o eventuali nuove disposizioni. Da questo punto di vista le rivolte contribuirono sempre - indipendentemente dal loro successo - alla codificazione e alla registrazione in forma scritta dei rapporti di potere. La Dieta fed. non disponeva di vere e proprie competenze per dirimere i conflitti, e comunque nel corso dell'età moderna si mostrò sempre meno disponibile ad accogliere le richieste dei sudditi. Nella guerra dei contadini del 1653 e soprattutto nel XVIII sec. le autorità risolsero sempre più spesso i conflitti con la forza. Per gli ab. delle campagne i movimenti del tardo ME e dei primi decenni del XVI sec. ebbero un esito più positivo che nei periodi successivi, poiché permisero di ottenere una certa voce in capitolo sul piano politico (Consultazioni popolari) e di contrastare la modernizzazione dello Stato. Contemporaneamente però queste rivolte determinarono anche una criminalizzazione della resistenza e contribuirono a rinsaldare l'unione fra i cant. conf. (convenzione di Stans, 1481). Le rivolte contadine dell'epoca moderna non portarono quasi mai a ripercussioni positive immediate per i sudditi. A lungo termine tuttavia tali conflitti esercitarono probabilmente un'azione inibitrice sulle tendenze assolutiste dei singoli cant. (Assolutismo); ad ogni modo nel XVII-XVIII sec. le autorità non riuscirono a creare una moderna org. fiscale e militare a causa della ripetuta opposizione dei sudditi, soprattutto dei cant. cittadini, dalla fine del XVI sec. al 1653.

Riferimenti bibliografici

  • G. Franz, «Der Kampf um das "alte Recht" in der Schweiz im ausgehenden Mittelalter», in VSWG, 26, 1933, 105-145
  • H. Nabholz, «Der Kampf der Schweizerbauern um Autonomie und Befreiung von den Grundlasten», in Wirtschaft und Kultur, 1938, 484-502 (rist. 1966)
  • P. Felder, «Ansätze zu einer Typologie der politischen Unruhen im schweizerischen Ancien Régime 1712-1789», in RSS, 26, 1976, 324-389
  • W. Schulze, Bäuerlicher Widerstand und feudale Herrschaft in der frühen Neuzeit, 1980
  • H. Böning, Revolution in der Schweiz, 1985
  • A. Suter, "Troublen" im Fürstbistum Basel (1726-1740), 1985
  • P. Blickle, Unruhen in der ständischen Gesellschaft, 1988
  • P. Bierbrauer, Freiheit und Gemeinde im Berner Oberland 1300-1700, 1991
  • A. Würgler, Unruhen und Öffentlichkeit, 1995
  • H. Neveux, Les révoltes paysannes en Europe, 1997
  • A. Zurfluh, «La révolte populaire mise en perspective», in BSSI, 105, 2002, 123-142
  • J. Römer (a cura di), Bauern, Untertanen und "Rebellen", 2004