de fr it

Crisi

Il termine "crisi" - dal greco krisis (separazione, scelta, giudizio, decisione, usato nel contesto medico, teol. e giur.) - fu utilizzato in it. a partire dall'inizio del XIV, in franc. dal XVII e in ted. dal XVIII sec., per caratterizzare dapprima situazioni militari, poi anche politiche, che esigevano una decisione, risp. interventi concreti da parte degli attori coinvolti. Da allora, diagnosticare una crisi serve anche a giustificare un intervento; allo stesso modo, gruppi d'interesse, attraverso i loro discorsi, possono creare crisi reali o fittizie al fine di realizzare i propri obiettivi. Nell'epoca delle rivoluzioni il concetto esprimeva, nella filosofia della storia, "una nuova esperienza del tempo", e costituiva "il fattore e l'indice di un cambiamento di epoca" irripetibile, che modificava la storia in maniera "fondamentale" (Reinhart Koselleck). Nello stesso tempo, il termine veniva sempre più utilizzato, anche in altri campi scientifici e nel linguaggio corrente, per indicare situazioni problematiche di ogni genere, irrisolvibili con le tradizionali tecniche di soluzione dei problemi e che esigevano strategie specifiche di gestione. Tali situazioni possono essere uniche, ripetersi o raggiungere lo stadio di crisi croniche. A seconda del punto di vista dell'osservatore, esse possono essere giudicate come positive o negative. Le teorie delle crisi, sviluppate dalla sociologia e poi recepite dalla storia, cercano di spiegare le cause, lo sviluppo e le possibilità di porre termine alle crisi sociali e politiche. Le crisi sono concepite come perturbazioni delle relazioni all'interno di un sistema (o ambiente), capaci di mettere in pericolo la sopravvivenza dello stesso sistema o di una parte importante delle sue strutture. Questa impostazione fa sì che nelle discussioni sociologiche vengano messi in primo piano i problemi che riguardano l'adattamento del sistema al mondo contemporaneo, della stabilità e del cambiamento, della complessità crescente e del modo in cui è affrontata, e ci si concentri sui conflitti sociali che ne scaturiscono.

Nel XIX sec. la nozione di crisi venne utilizzata anche in contesti economici, in sostituzione di espressioni più vecchie quali ricaduta o ristagno. Per Crisi economica in senso stretto si intende la svolta brusca nel ciclo della Congiuntura, che passa dall'espansione alla recessione in un quadro di fallimenti, forti cadute dei corsi borsistici e sensibile diminuzione dei prezzi. Tuttavia, nel linguaggio corrente e storico, la crisi non indica unicamente il breve lasso di tempo della svolta congiunturale, ma anche il seguente periodo di depressione. Durante l'epoca preindustriale le Crisi demografiche ed economiche erano sovente causate da catastrofi naturali, epidemie (anche epizoozie), cattivi raccolti, guerre ecc. (Crisi del tardo Medioevo), alcune volte da speculazioni, più frequenti con l'avvento dell'industrializzazione (ferrovie, miniere ecc.). A causa dei rapidi cambiamenti delle tecniche e delle condizioni di produzione, interi settori persero la loro competitività ripetutamente e in brevissimo tempo; nel mondo politico ed economico tali fenomeni sono definiti crisi strutturali. In seguito alla crescente interdipendenza delle economie nazionali e del costituirsi di un mercato mondiale, le crisi economiche in uno Stato si ripercuotono spesso direttamente anche su altri Stati o sul mondo intero, come è spesso avvenuto dalla metà del XIX sec. Verso la fine del XX sec. la dipendenza intern. è ulteriormente aumentata.

Le crisi politiche e sociali sono variamente collegate a quelle economiche. Carestie persistenti provocarono la messa in discussione dei poteri legittimi e lo scoppio di rivolte già molto prima dell'età moderna. In senso inverso, grandi crisi sociali o politiche sfociano in crisi economiche, perché, quando il futuro appare incerto, di regola gli investimenti diminuiscono trasformando così le crisi politiche in crisi economiche.

Fino agli anni 1970-80 la storiografia sviz. non prestò molta attenzione allo studio delle crisi, perché considerava l'ininterrotta continuità territoriale e politica del Paese come la sua caratteristica per eccellenza. La storiografia coltivò la tesi riduttiva secondo cui il "caso particolare" (Sonderfall) della Svizzera si basava su sottili e ponderate strategie di superamento dei conflitti grazie alle quali era stato garantito il mantenimento dell'"unione nelle diversità". In questa visione della storia, le crisi, come punti di svolta dello sviluppo storico e fasi di rottura nella vita sociale, trovarono poco spazio.

Questi fenomeni, trascurati per molti anni dai grandi rappresentanti della storiografia nazionale, attirarono comunque l'attenzione di singoli studiosi, che, almeno agli inizi, occupavano una posizione piuttosto marginale. Siccome l'attualità di una crisi stimola lo studio delle crisi del passato, la moltiplicazione di studi dedicati a questo argomento è esso stesso indice di periodi difficili; le date di pubblicazione delle opere cui si fa qui riferimento permettono di costruire un "calendario delle crisi" sviz.: vi figurano, come epoche di cambiamento sociale accelerato o innovatrici, il decennio 1890-1900, i primi anni 1920-30 e 1930-40 e gli anni 1970-80.

Jacob Buckhardt distingue nel processo storico tra "influssi e intrecci progressivi e costanti delle grandi potenze mondiali" e "processi accelerati" o "crisi storiche", durante le quali si realizzano in poche settimane evoluzioni che solitamente avrebbero bisogno di sec.; egli dunque differenzia lo stato di crisi da quello normale, che comunque non deve necessariamente essere privo di conflitti. La fenomenologia della crisi di Burckhardt si basa sull'analisi della Rivoluzione franc. del 1789. Centrale è per lui il carattere contagioso della crisi, che investe cerchie sempre più ampie, si trasmette in tutte le relazioni sociali e infine mette in discussione anche il potere politico. Tipico di questo processo non è solo il pessimismo, che Burckhardt ricollega alla restaurazione, alla fine della Rivoluzione franc., di un nuovo ancien régime, ma anche il potenziale creativo che si osserva quando le "barriere sono state abbattute o sono in procinto di esserlo". Va tuttavia notato che Burckhardt non ha esposto in modo preciso il concetto di crisi e nemmeno lo ha applicato empiricamente alla Svizzera.

Durante il periodo fra le due guerre mondiali la discussione sulle crisi fu rilanciata da esponenti molto marcatamente di sinistra o di destra. All'immagine di una storia armoniosa improntata alla continuità proposta dagli storici vicini al radicalismo, il politico socialista Robert Grimm oppose una concezione orientata sulle teorie di Karl Marx, secondo cui il motore del processo storico era la lotta di classe e il suo inasprimento, che culminava nelle crisi rivoluzionarie. La lotta dei Conf. per la libertà, la nascita delle corporazioni, la Riforma e la guerra dei contadini, l'Elvetica e la fondazione dello Stato fed. sarebbero il risultato delle lotte di classe motivate da interessi economici, durante le quali avverrebbe, sotto forma di crisi, la transizione da una forma di società a quella successiva. In questo contesto, Grimm interpretò coerentemente lo sciopero generale del 1918 e la stabilizzazione conservatrice che fece seguito alla sua repressione come crisi della democrazia liberale in fase di transizione verso un regime autoritario.

Anche l'interpretazione della storia della Svizzera proposta dall'intellettuale di destra Gonzague de Reynold si inserì nel contesto della "crisi del liberalismo". Egli contestò la concezione lineare del progresso sostenuta dalla storiografia liberale e rifiutò categoricamente le idee del 1789: il "democratismo" importato dall'estero, responsabile dei sovvertimenti del 1789 e del 1848, avrebbe reso estranea la Svizzera a se stessa e aperto un abisso fra il "Paese legale" e il "Paese vivente". La Svizzera, "resa malata" dalla cesura con la tradizione della Conf. prerivoluzionaria, avrebbe avuto bisogno di un uomo che, basandosi sulla fam. cristiana e sulle strutture dello stato corporativo, l'avrebbe condotta fuori dalla crisi. De Reynold definì la crisi come quel "decisivo lasso di tempo in cui matura una svolta della quale nessuno sa se sarà salutare o nefasta"; con questa definizione, orientata al concetto medico di crisi (ossia la fase decisiva di una malattia), de Reynold restò fedele al suo modello organico della società. Non mancò però di sottolineare che la storia è un processo aperto e si distanziò dal credo liberale del progressivo perfezionamento dei rapporti all'interno della nazione.

Diversamente dall'attacco di Grimm, che passò quasi inosservato, l'analisi di de Reynold provocò violenti proteste da parte dei liberali e della sinistra. La maggior parte degli storici si concentrò - soprattutto negli anni della difesa spirituale del Paese - sull'esposizione di un cammino rettilineo della Svizzera; sentendosi chiamati a definire un'identità nazionale, non ritenevano di potersi occupare sistematicamente di crisi.

Fu solo nel 1968 che a questa visione storica così piatta venne opposta un'altra prospettiva che riprese il concetto di "malaise elvetica" espresso alcuni anni prima nel campo borghese e, sotto l'influsso della Scuola di Francoforte, lo interpretò in chiave neomarxista. La crisi della "società tardoborghese" fu analizzata sullo sfondo di una concezione della storia che si distanziava esplicitamente dalla semplice elencazione e narrazione di fatti storici, e intendeva per contro spiegare e chiarire non solo il passato ma anche il presente. Secondo questa concezione, la crisi non era un prodotto del caso ma una conseguenza del tardo capitalismo: era il risultato delle contraddizioni fra le forze produttive dinamiche e le condizioni di produzione statiche, soggette a bruschi adattamenti nel corso del processo storico.

L'approccio creativo con il marxismo avviò, a partire dagli anni 1970-80, un'apertura della storia nei confronti della sociologia, che si tradusse in un interesse crescente per i fenomeni di crisi. Negli anni 1980-90 Hansjörg Siegenthaler sviluppò un modello del Mutamento sociale che pone sistematicamente in relazione crescita economica e crisi sociali: la crescita economica provoca inevitabilmente rotture nella società perché causa disparità nell'evoluzione dei prezzi, un aumento della mobilità sociale e tensioni nel sistema delle norme e degli status. Gli attori individuali e collettivi perdono di conseguenza la fiducia nei modelli di riferimento esistenti, il che frena le attività orientate verso il futuro e in particolare gli investimenti. Contemporaneamente si apre il "mercato delle idee" e le diverse interpretazioni della realtà inaspriscono i conflitti sociali. Dopo un periodo ricco di conflitti e caratterizzato da processi di integrazione ed esclusione riescono a sopravvivere solo quegli attori in grado di creare un nuovo insieme stabile di idee e istituzioni. Il modello distingue dunque due "stati di aggregazione" delle società moderne: da un lato la fase normale, strutturalmente determinata, in cui l'orientamento stabile favorisce la crescita economica e i conflitti sociali vengono risolti nel quadro delle istituzioni previste a tale scopo; dall'altro la fase di crisi, più breve, durante la quale vanno faticosamente create le nuove strutture.

È possibile fondare il modello su basi microsociologiche se si premette che l'azione sociale dipende dalle interpretazioni del mondo, di cui gli attori collettivi sono i mediatori. Partendo dalla considerazione che gli attori sociali devono sottoporre il mondo a un'interpretazione intersoggettiva, Kurt Imhof e Gaetano Romano hanno ampliato il modello di Siegenthaler, nel quadro della teoria della comunicazione, attribuendo ai discorsi pubblici la genesi e la riproduzione delle visioni del mondo. Nei diversi luoghi in cui si esprime l'"opinione pubblica" vengono prodotti modelli interpretativi e orientativi, costruite identità proprie e altrui, e viene stabilita una capacità di definizione politica. Questo processo necessita tuttavia di tempo, perché i processi di modernizzazione menz. svalutano i modelli interpretativi esistenti, creano spazi per movimenti concorrenti e nuovi media, che a loro volta modificano l'opinione pubblica. Si può dunque descrivere il cambiamento sociale come una sorta di crisi che provoca una mutazione strutturale dell'opinione pubblica.

Questo approccio, che considera la storia moderna della Svizzera come una successione di processi di crisi e di stabilizzazione, è stato applicato a più riprese, in particolare nelle recenti ricerche sullo Stato fed. Temi quali la questione europea, le tensioni fra le regioni linguistiche e le discussioni sulla Svizzera durante la seconda guerra mondiale (anni 1990-2000) hanno costantemente rafforzato l'interesse degli storici per il fenomeno delle crisi.

Riferimenti bibliografici

  • R. Grimm, Geschichte der Schweiz in ihren Klassenkämpfen, 1920
  • G. de Reynold, La Democratie et la Suisse, 1929
  • R. Grimm, Der 12. Dezember des Bürgertums, 1930
  • G. de Reynold, Die Schweiz im Kampf um ihre Existenz, 1934
  • M. Imboden, Helvetisches Malaise, 1964
  • P. Stadler, «Zwischen Klassenstaat, Ständestaat und Genossenschaft», in Historische Zeitschrift, 219, 1974, 290-358
  • F. Müller, Krise - Zufall oder Folge des Kapitalismus?, 1976
  • R. Koselleck, «Krise», in Geschichtliche Grundbegriffe, a cura di O. Brunner et al., vol. 3, 1982, 617-650
  • W. L. Bühl, Krisentheorien, 1984
  • J. Burckhardt, Considerazioni sulla storia universale, 1990 (ted. 1905)
  • H. Siegenthaler, Regelvertrauen, Prosperität und Krisen, 1993
  • A. Ernst et al. (a cura di), Kontinuität und Krise: Festschrift für Hansjörg Siegenthaler, 1994, 9-30
  • K. Imhof, G. Romano, Die Diskontinuität der Moderne, 1996